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Cagliari Globalist

cagliariglobalist – La ricerca della normalità

Da Cagliari Globalist – lunedì 25 novembre

“Finalmente è tornato il sole”. Dice così la prima signora che incontro nel paese di Uras nella prima domenica del dopo alluvione. La sua casa è a un paio di metri dall’argine del Rio Mogoro. La furia dell’acqua è arrivata ovunque. La donna racconta che il giorno del nubifragio, suo marito insieme alla figlia e al genero hanno trasportato un disabile dal piano terra al primo piano. Due rampe di scale mentre l’acqua entrava dentro casa. “Ho perso tutte cose. Ora ho comprato una lavatrice per poter ricominciare con la normalità. Abbiamo fatto un investimento, non possiamo aspettare i soldi che ci arriveranno dalla Protezione Civile, arriveranno troppo tardi. Noi dobbiamo ricominciare da adesso”.

Le persone hanno voglia di parlare. Qualcuno si lamenta perché in una settimana nessuno dell’amministrazione si è fatto sentire. “Del Comune non si è visto nessuno” ripete più volte la signora. Qualche passo più avanti e la situazione cambia: i danni aumentano ma la voglia di ripartire è la stessa. Così Uras, ad una prima occhiata, può sembrare un normale paese del centro Sardegna. L’ingresso non presenta gravi danni ma basta guardare i campi intorno per capire che cosa è successo. Il dolore è ancora tanto. Lo si capisce dalle facce di chi abita in paese e dei pochi sfollati che stanno all’interno della palestra, centro della raccolta di viveri e vestiario. Lo si capisce dalle persone che raccontano i danni nelle loro case e in quelle dei figli. Lo vedi dai gazebo verdi e dagli ombrelloni piazzati al termine di una strada senza uscita con sei case attorno. Una delle cose più strazianti resta vedere gli scantinati vuoti, dentro qualche abbondante traccia di fango e fuori tutta la vita di quelle famiglie: ricordi, vestiti sopra la rete di un letto, scarpe, mobili, i peluche messi negli stendini per asciugare.

In tutta questa confusione, oltre alla casa, l’autovettura diventa la seconda preoccupazione. Alcune auto sono da buttare. L’acqua e il fango hanno messo fuori uso motore e i detriti stanno ancora sulla parte anteriore. Una signora racconta la paura di non poter più utilizzare l’auto: “Mio marito, ogni settimana, fa dei controlli al centro trapianti. Se l’acqua mi avesse portato via l’auto sarebbe stato un danno enorme”.

Nella prima domenica dopo l’alluvione, Uras cerca difficilmente di tornare alla normalità. C’è ancora tanto da fare ma i cittadini, soprattutto i giovani, si sono rimboccati le maniche e hanno aiutato le famiglie più bisognose, pulito gli argini, portato viveri di prima necessità. Azioni ripetute da una settimana tutti i giorni. Nella giornata di ieri, oltre agli uomini e alle donne del paese, spesso aiutati dai parenti che abitano in altri centri dell’isola, si sono aggiunti una cinquantina di capi scout dell’Agesci Sardegna della zona di Cagliari che per una giornata hanno prestato il loro servizio facendo un censimento dei pasti caldi da portare nelle abitazioni sia per il pranzo che per la cena. Una occasione per vedere davvero quello che è successo e stare vicino alla popolazione, esattamente come da lunedì notte stanno facendo i volontari di tante associazioni sarde che si sono riversati nei centri più colpiti e spesso più difficili da raggiungere.

Una ricerca della normalità che riparte anche dal bar dove, nel tardo pomeriggio, si ritrovano i giovani del paese che per tutta la giornata hanno girato con le loro biciclette tra una strada e l’altra. La normalità si vede anche dai signori che hanno cambiato il loro luogo d’incontro: prima era la piazza ora c’è il ponte che da verso il fiume. Quattro o cinque anziani commentano e raccontano quello che succede nel loro paese. Quello che non era mai successo nel paese.

Centro nevralgico per l’attività dei volontari è la palestra. Da una parte i viveri che continuano ad arrivare e dall’altra il vestiario con qualche capo davvero utilizzabile mentre altri, tra qualche giorno, diventeranno stracci visto che sono quasi inutilizzati. Alcuni sono frutto della generosità del popolo, altri di qualcuno che ha voluto liberare gli armadi regalando capi non usati da tanti e tanti anni e qualche volta con qualche buco di troppo.

“Datene a chi ne ha più bisogno” è una delle frasi che ricorre più spesso nei dialoghi con le persone. E’ un’espressione figlia di chi conosce il proprio vicino di casa: cosa fa; qual è la sua situazione economica perché ha visto nascere e crescere quel ragazzo vicino casa sua. L’ultima immagine del paese è la casa di una anziana signora accudita da una vicina di casa. Entro per consegnarle del latte e degli yogurt. Lei, piccola, seduta davanti al camino, mi guarda e mi dice: “Grazie, voi siete degli angeli”. Gli angeli della gente. Gli angeli della Sardegna che vuole ripartire.

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Il blog di uno studente universitario, di uno speaker radiofonico, di un comico-giornalista in rampa di lancio e di tanto altro.. in attesa di capire il suo destino

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