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Cagliari Globalist

cagliari globalist – Intervista con Giovanni Discolo: aprite il cuore al sorriso

da Cagliari Globalist – 26 aprile 2014

In una società modernizzata, in cui tanti fanno solo la loro parte senza preoccuparsi troppo del loro prossimo, accogliere nella propria casa un’altra persona permette di conoscere una nuova realtà, diversa da quella che viviamo tutti i giorni. Martedì 29 aprile, alle ore 17.30 nella Sala Conferenze del Distretto Socio Sanitario della Cittadella della Salute (ex Villa Clara) a Cagliari, il presidente nazionale dell’associazione “Luciano Lama”, Giuseppe Castellano, incontrerà le famiglie sarde che hanno aderito alle quarantatreesima accoglienza estiva dei bambini bosniaci. All’incontro parteciperanno, tra gli altri, anche il responsabile regionale Maurizio Corda, il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, l’Arcivescovo Arrigo Miglio, Don Marco Lai, responsabile della Caritas Diocesana. Per presentare l’associazione “Luciano Lama”, abbiamo chiesto a Giovanni Discolo, dottore in Mediazione Culturale e Cooperazione Euromediterranea, di fare il punto sull’accoglienza ai giorni d’oggi partendo dalla sua forte esperienza in terra bosniaca.

Dottor Discolo, quanto è importante oggi il ruolo del mediatore culturale?

Per comprendere in fondo il ruolo del mediatore è necessario capire il concetto di mediazione che esige innanzitutto il riconoscimento dell’altro come un “tu”. Il “tu” è il fondamento della relazione, senza la quale nessuno di noi esisterebbe.

Il mondo attuale vive nell’essere dell’Io, e il potere ha assunto questo assioma come motivazione della propria esistenza: esistere ad ogni prezzo, imporre la propria presenza ad ogni costo. Lo scopo della vita invece non può essere un’idea, nè un concetto, e neppure un progetto, ma la relazione; consiste nel ridurre l’invasione del nostro “Io” per ascoltare e sorreggere il “tu”, che deve tornare al centro di ogni riforma e di ogni cambiamento anche strutturale della società.

Il senso della vita significa abbandonare la competitività, mettere al bando la concorrenza per lasciare spazio ad anelli di solidarietà, significa “sapere”, cioè assaporare ciò che è essenziale distinguendolo da ciò che invece è superfluo. Abbiamo bisogno di riscoprire il “tu”, la relazione, il dono come elemento di realizzazione della nostra esistenza. Da qui, e non dagli interessi reciproci, potrà discendere il rispetto dell’altro e potrà scaturire il dialogo, elemento costitutivo della nostra natura. Ogni conflitto è il segno tangibile che non ha funzionato il rapporto con l’altro, che è stato negato il dialogo e che vi è qualcosa di profondamente errato nel proprio modo di vivere.
Ecco la mediazione culturale, saper mediare tra culture non perdendo mai di vista il senso della vita considerando non il proprio “Io” ma l’altro.
I mediatori infatti sono indispensabili ai fini dell’integrazione, perché in tal modo gli immigrati possono farsi riconoscere come attori imprescindibili della vita sociale, senza dei quali certi problemi non possono essere risolti.
I mediatori, creando spazi e tempi di dialogo (e non una relazione senza riconoscimento) permettono lo scambio e la cooperazione sviluppando così una dinamica sociale positiva che eviterebbe l’esclusione.

L’analisi delle pratiche dei mediatori culturali mette in luce la specificità e l’originalità delle loro competenze, offrendo indicazioni per la loro formazione e per una metodologia di lavoro complementare rispetto a quella dei professionisti ma per garantire al massimo la loro indipendenza è necessario che abbiano il sostegno dei pubblici poteri. Non ci si può aspettare che i mediatori risolvano tutti i problemi di integrazione degli immigrati; i mediatori non possono essere che un anello di una catena di azioni complesse e concertate a livello politico, economico e sociale. Dunque se mediare, significa nel senso più ampio avvicinare, facilitare il contatto, includere, incoraggiare e sostenere l’interazione e lo scambio, il compito del mediatore è perciò, da un lato quello di agevolare l’accesso e l’uso, da parte degli immigrati, di servizi, luoghi e risorse comuni a tutti i cittadini, dall’altro quello di favorire il riconoscimento, da parte del Paese di accoglienza, dei bisogni, delle specificità e delle differenze culturali, linguistiche e religiose di cui sono portatori i singoli e i gruppi immigrati.

La sua esperienza in Bosnia è stata utile per completare il suo percorso universitario ma anche dal punto di vista umano. A distanza di qualche anno, qual è il ricordo più forte dei giorni passati in terra bosniaca?

“Non è importante quanto facciamo ma quanto amore mettiamo nel farlo”. É con questa citazione della beata Madre Teresa di Calcutta che inizio le mie giornate, è con essa che auguro il buongiorno, è con questa frase che mi ritorna il sorriso sulle labbra ed è con questa stessa che voglio iniziare a descrivere la mia esperienza. Esperienza vuol dire viaggiare, conoscere nuova gente, cercare nuove amicizie, scoprire nuove culture, studiare e proprio attraverso l’esperienza e lo studio che si comprende quanto sia importante la figura del mediatore culturale.

Il tirocinio in Bosnia Erzegovina infatti, mi ha permesso di “fare esperienza” vale a dire mi ha dato l’opportunità di approfondire dei temi che stanno alla base della mia formazione. La permanenza nello Stato della ex Jugoslavia per un periodo così prolungato, ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua inglese in quanto lingua veicolare, ma anche di apprendere delle nozioni grammaticali della lingua del luogo, di conoscere i progetti di aiuto umanitario nel settore giovanile cosa che sconoscevo permettendomi di familiarizzare con le future prospettive riguardante la mia carriera. A mio avviso, il tirocinio a mio è stata un’esperienza interessante ma anche formativa: interessante, in quanto mi ha permesso di scoprire una nuova realtà vivendo con un popolo che ha molto sofferto a causa della guerra ma nello stesso tempo formativa, in quanto ho avuto la possibilità di arricchire il mio bagaglio culturale sia dal punto di vista professionale che umanitario.

Prima della partenza per la Bosnia Erzegovina avevo un’idea un po forse negativa in riferimento a questa Nazione, ma dopo aver trascorso circa due mesi nell’ex Jugoslavia mi sono reso conto che le mie supposizioni erano infondate in quanto ho trascorso un periodo sereno, tranquillo e pieno di soddisfazioni. In primis la riuscita del progetto ma ancora più importante l’aver incontrato dei giovani che non si sono tirati indietro nel darmi il loro aiuto. Ho lavorato molto alla riuscita dell’opera ma non avrei sicuramente avuto un risultato positivo senza l’aiuto di Boban e della sua famiglia. Essi per l’intero periodo di tirocinio sono stati un aiuto prezioso. Tutte le mattine ricevevo una telefonata da Boban che mi invitava a bere un caffè o addirittura sedermi a tavola con lui e la sua famiglia per consumare insieme il pranzo. Non potrò mai dimenticare ciò che loro hanno fatto per me. I loro sorrisi, la loro gentilezza, la loro ospitalità, il loro prendermi in giro erano la carica per continuare col progetto.
Hanno fatto in modo che non sentissi la lontananza dalla mia famiglia. Mi trovavo in Bosnia ma molte volte lo dimenticavo. Credevo di essere in Sicilia soprattutto quando mi facevano trovare a pranzo spaghetti al pomodoro.
La Bosnia Erzegovina fa ormai parte di me, mi è entrata nel cuore. La popolazione è stata generosa nei miei confronti perché nonostante le loro problematiche (che a confronto le nostre sono briciole) mi hanno regalato ospitalità, amicizia, sorrisi.

Ho avuto modo di approfondire le tematiche di ospitalità e gentilezza in ogni momento della mia permanenza nella città di Srebrenica in quanto chiunque (dai giovani alle persone più grandi) mi vedeva, aveva il piacere di offrirmi un caffè o di invitarmi a pranzo dalle rispettive famiglie; Non importava che fossi straniero o non capissi la loro lingua. Per essi l’accoglienza nei confronti soprattutto degli stranieri è fondamentale. Tutte queste esperienze hanno permesso di avere solo ricordi positivi di tutto il periodo di stage.
La prima esperienza positiva è stata quella di aver conosciuto una famiglia che mi ha accolto a braccia aperte non facendomi mancare nulla dal punto di vista soprattutto affettivo. L’aver conosciuto molti giovani della zona è stato per me motivo di grande gioia creando delle amicizie che durano ancora e permettendomi di trovare più informazioni possibili per la buona riuscita del progetto e per la risoluzione delle problematiche che si potevano verificare all’interno del centro di formazione. Lasciare il passato non vuol dire dimenticarlo, ma attraverso gli avvenimenti trascorsi trovare la forza per investire sul futuro della Bosnia Erzegovina, sul futuro dei giovani e soprattutto sul futuro dei bambini.

È proprio attraverso il gesto di un bambino che voglio concludere la descrizione di questa esperienza. Mi manca il saluto di un bimbo di otto anni che abitava di fronte casa mia e quasi tutte le mattine uscendo dall’appartamento per andare a scuola mi urlava sempre: “Ciao Italiano”.

Sono state tante le famiglie sarde che hanno deciso di accogliere per qualche giorno un bambino della Bosnia Erzegovina. Che consiglio dà a queste famiglie?

Accoglienza è un termine che ha un significato ben preciso, vale a dire ricevere una persona in casa propria. Ricevere qualcuno presuppone un forte senso di responsabilità, ma soprattutto di grande umanità. L’accoglienza di un bambino è sicuramente da ritenere un gesto ancor più nobile poiché vuol dire accogliere un sorriso, sincero e puro. Chiunque può fare esperienza di accoglienza poiché non sono assolutamente richieste doti particolari ma solo la capacità di donare amore. Il termine amore non va inteso nel suo significato esclusivo, ma va inteso nelle sue mille sfaccettature.

Molte volte si fa un gesto di accoglienza con una consapevole/inconsapevolezza. Utilizzo questi termini solo per facilitarmi nell’espressione. Si è consapevoli di ciò che si dona ma inconsapevoli di quello che si riceve. Si crede di dare molto ma alla fine si rimane letteralmente folgorati dall’accoglienza per via di ciò che si riceve. Nella famiglia dei miei zii e di mia sorella vengono ospitati oramai da anni due gemelli provenienti dalla Bosnia Erzegovina. I bimbi hanno portato così tanto amore in famiglia che credevamo di dare tanto a loro ma in realtà sono stati proprio i bimbi a donare tanto a noi. Ricordo la prima accoglienza del dicembre 2010: il piccolino arrivato a casa di mia sorella non sapeva ancora pronunciare nessuna parola in italiano. La vigilia di Natale eravamo seduti a tavola per la cena della notte Santa e il bambino non sapendo come manifestare la propria gioia nell’essere in mezzo a noi si alzò dando un bacino sulle guance a mia sorella e mio cognato. Quel semplice gesto di gratitudine non poté che suscitare in noi emozioni forti. Spesso infatti sono proprio le azioni ordinarie che, se fatte in maniera sincera ed amorevole, riempiono il cuore di gioia e di felicità.

Sono molto felice che tante famiglie sarde avranno l’opportunità di fare l’esperienza di accoglienza grazie alla ONG “Luciano Lama” e al Dott. Corda.
Bisogna vivere ogni momento con i bimbi in modo sereno e tranquillo. I primi giorni saranno sicuramente i più importanti perché è in essi che avrà inizio la conoscenza reciproca ma dopo aver preso la rispettiva confidenza tutto farà parte della normalità e della quotidianità. È certo che nel primissimo periodo il linguaggio non verbale, ovvero quello del corpo, sarà di grande aiuto poiché risulterà la principale forma di comunicazione, ma pian piano, con il continuo ascolto della nostra lingua e il conseguente e rapido apprendimento il vocabolario del bimbo si arricchirà di termini italiani e, alla fine della permanenza in Sardegna già i bambini capiranno bene la lingua italiana e saranno in grado anche di comunicare in italiano. Le famiglie avranno a disposizione un’interprete di lingua bosniaca che sarà di aiuto e sostegno per tutti i momenti di incomprensione tra i bambini e i nuclei familiari . Per qualsiasi informazione sarebbe bene contattare il referente regionale Dott. Corda o la sede della ONG “Luciano Lama” ad Enna o ancora leggere le indicazioni e i consigli riportati sul sito http://www.associazionelucianolama.it. Aprite il cuore al sorriso. Sono certo che ogni famiglia che ospiterà un bimbo alla fine dell’esperienza di accoglienza sarà una famiglia rinata, nuova e che sarà testimonianza dell’amore grande e puro che chiunque è in grado di trasmettere.

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Il blog di uno studente universitario, di uno speaker radiofonico, di un comico-giornalista in rampa di lancio e di tanto altro.. in attesa di capire il suo destino

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@AndreaMatta23 – Studente, speaker @RadioGolfo, web writer,attore, comico, scout, volontario

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