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Cagliari Globalist

cagliari globalist – Giuliano Giuliani: tutta la verità su mio figlio Carlo

da Cagliari Globalist – 28 novembre 2014

Voci e immagini per raccontare quello che è accaduto quel 20 luglio 2001 a Genova in Piazza Alimonda. Da tredici anni, Giuliano Giuliani, il papà di Carlo Giuliani, gira l’Italia per raccontare la sua verità che, agli occhi di tutti coloro che ascoltano e seguono le sue parole, sembra incredibile. Giuliani è tornato in Sardegna, questa volta è arrivato a Quartu, negli spazi della Biblioteca Ragazzi, per presentare il suo libro “Non si archivia un omicidio”, ospite di una iniziativa organizzata da Manrico Casini. Giuliani inizia il suo racconto e grazie ai reperti arrivati dal Tribunale di Genova, fa ascoltare le telefonate dei carabinieri che parlano di “prigionieri”, di “massacro”, mostra video e immagini di poliziotti e carabinieri che in dieci se la prendono contro un manifestante. E poi, il racconto degli ultimi istanti di vita di suo figlio: le foto dell’agenzia Reuters viste e riviste in tredici anni di speciali tv scattate con un teleobiettivo che schiaccia e avvicina i soggetti in campo. Così, la distanza tra la camionetta e il muro è di otto metri e quella tra il mezzo dei carabinieri e Carlo Giuliani è di quattro metri. Poi i due colpi di pistola, il corpo senza vita e un’altra sequenza agghiacciante: un carabiniere che spacca un masso sulla testa del giovane a terra.
“Speriamo che muoiano tutti”, “Siamo uno a zero per noi”. “La guerra è uguale all’ordine pubblico”, parole pesanti che raccontano un’altra faccia della verità di quel venerdì a Genova, prima della macelleria messicana nella scuola Diaz.

Ecco l’intervista a Giuliano Giuliani e la sua verità

Perché scrivere un libro sull’archiviazione del caso di Carlo Giuliani?
“La prima ragione è scrivere un libro per affermare la verità rispetto a tutte le bugie che sono state raccontate da vari individui su quella vicenda: i magistrati che si sono occupati della vicenda, i quattro consulenti del pubblico ministero, gli alti ufficiali dei carabinieri e l’allora vice questore, Adriano Lauro, che si è occupato della vicenda in quanto responsabile di piazza per la polizia in quella giornata. Le bugie le ha raccontate la grande informazione che ha inondando di sciocchezze la mente delle persone pigre, alle quali si rivolge il libro, le persone oneste che ci sono in questo paese e che si sono fermate a quel racconto inventato e non hanno voluto andare a documentarsi.
La documentazione sui fatti c’è ed è diventata clamorosa per tutti dopo che la Cassazione e l’Appello hanno modificato tutta la vicenda sui fatti della macelleria messicana operata alla scuola Diaz che nel giudizio di alti responsabili delle forze dell’ordine e dalla informazione, una perquisizione legittima, idea andata avanti fino al 2010, anno nel quale è stata emessa la condanna in appello nei confronti dei massimi dirigenti della polizia, riconfermata dalla Cassazione dopo due anni con una pena l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Le condanne sono valide perché i dirigenti, che ora sono diventati ancora più alti di grado, hanno prodotto il degrado dell’Italia nel mondo. Gratteri, Luperi, Caldarozzi, Ciccivarra sono ancora cavalieri emeriti della Repubblica mentre Berlusconi, dopo la sua condanna in Cassazione, ha avuto almeno la dignità di rinunciare alla carica di Cavaliere del lavoro. Perché sono ancora cavalieri emeriti?
Su questi elementi, io vado in giro a dire di stare attenti perché se questi individui occupano posti così rilevanti all’interno delle istituzioni, dei corpi dello Stato, siamo messi male. Questo è un pericolo per la democrazia. Non commettiamo però l’errore di generalizzare: non parlo di magistratura ma di quei singoli magistrati che, secondo me, vanno condannati per un comportamento inadeguato nei confronti della carica che ricoprono. Così come ci sono poliziotti che fanno il loro lavoro onestamente.
Nei confronti dei carabinieri che sono stati responsabili della mattanze di Genova, dell’omicidio di Carlo e delle cose più turpi che fanno: quando Carlo è moribondo, un carabiniere gli spacca la testa con una pietrata per mettere in piedi quel disperato e squallido tentativo di depistaggio che ha visto protagonista il vicequestore Adriano Lauro che ha urlato “Bastardo quello l’hai ucciso tu con un sasso” al manifestante che gridava “Assassini”. Una vergogna. E di questi carabinieri, nemmeno uno è sotto processo. Tutte queste cose le dico facendo vedere le immagini e ascoltare le telefonate di quella giornata, gli ordini che arrivavano dalla sale operative. Tutto questo materiale me l’ha dato il Tribunale, non sono andato io a prendere le registrazioni che intervenivano tra i comandi.
Tutta questo ha un senso, oltre a dare dignità al gesto di Carlo, un gesto difensivo e non offensivo a quattro metri di distanza: uno che solleva un estintore dopo aver visto una pistola montata, caricata e impugnata e accompagnata dalle solite frasi “Bastardi comunisti, vi ammazzo tutti”, è uno che vuole ammazzare? Ma a chi vogliamo raccontare questa sciocchezza? Con molta rabbia e molta indignazione, spero di contribuire a dare il senso che qualcosa per rimettere questo paese sulle strade di una vera democrazia costituzionale bisogna fare perché questi sono pericoli reali”.

Cos’è cambiato in Italia da quel 22 luglio 2001?
“Diciamo cos’è peggiorato. Le cose sono proseguite: la strategia repressiva che il governo della destra di allora (Berlusconi era arrivato a Palazzo Chigi pochi mesi prima) decise in accordo con le forze dell’ordine dico sia intelligente. Quello che viene messo in atto a Genova è una repressione con il consenso ampio dell’opinione pubblica. Da allora le cose vanno avanti così. Qualcuno mi ricorda i fatti di Napoli (vertice Nato del 7 aprile dello stesso anno, ndr) e mi dice che la strategia è stata la stessa ma in quel caso non erano entrati in azione i black bloc: li c’è una carica della polizia ma dopo una provocazione da parte del corteo. A Genova compaiono guidati nella strade della città dai carabinieri e dalla polizia. Nella violenza urbana, le vetrine spaccate, i bancomat, l’incendio dell’automobile non c’è mai un intervento repressivo da parte di interi reparti attestati a cinquanta, centro metri da quello che succede”.

Perché non c’è stato nessun intervento?
“Perché la gente doveva esasperarsi. Questa è la strategia. Quando poliziotti e carabinieri iniziano a menare in modo selvaggio i veri manifestanti di quel movimento che si trovavano in Piazza Manin massacrano quelli della rete Lilliput, gli scout, le suore. Ora, dire che le suore sono anarchiche e insurrezionaliste è da deficienti. Nello stesso momento, un reparto di carabinieri attacca il corteo dei centri sociali che arriva dal Carlini, una manifestazione autorizzata. E’ stato un assalto a freddo e a dirlo è stata la Cassazione che ha assolto 15 dei 25 manifestanti sotto processo perché hanno fatto resistenza rispondendo alle cariche ingiustificate di un reparto dei carabinieri.
Quando le forze dell’ordine menano i manifestanti veri, i pacifisti non i black bloc la gente dice “era ora”. La televisione ci ha messo del suo perché durante i telegiornali, le botte venivano trasmesse dopo le vetrine rotte, le macchine incendiate, episodi successi tra le ore 11.40 e le 14.30. I carabinieri iniziano a menare gli altri manifestanti alle 15.00 e da li in poi non ci sarà nessun black bloc fermato. Il generale Giampaolo Ganzer ne aveva fermato dodici, se non li rilascia scoppia un caso diplomatico con l’Austria perché aveva arrestato dodici teatranti che facevano le loro recite vestiti di nero con corte, assi e li aveva presi per black bloc. Lo stesso generale, nonostante fosse il carabinieri di più alto grado a Genova, capo dei Ros (Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri), il 12 luglio del 2010 è stato condannato dal Tribunale di Milano a 14 anni e sei mesi per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga sotto copertura. La Corte d’Appello, il 13 dicembre 2013, ha poi ridotto la pena a 4 anni e undici mesi.La cosa che ritengo scandalosa per questo paese è che dopo la condanna, seppure in primo grado, il generale Ganzer sia rimasto in servizio. Non posso paragonare lo scandalo che succede in questo paese con quello che accade in Germania dove una ministro, dopo aver confessato di aver copiato la tesi di dottorato si è dimessa ed è sparita dalla circolazione.
Gianni De Gennaro, il capo della Polizia nel 2001, è indicato come uno dei responsabili perché la Cassazione scrive che le sue continui pressioni su Gratteri, Luperi (assoluzione arrivata il 22 novembre 2011 ) e gli altri perché si recuperasse un po’ di credibilità nelle forze dell’ordine nella devastazione di quelle giornate e poi non viene condannato. Non solo. Dopo quella data, Amato lo chiama come capo di Gabinetto al Ministero degli Interno mentre Prodi lo aveva nominato Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania (nel 2008). Poi, Monti lo ha nominato sottosegretario di Stato con la delega alla sicurezza della Repubblica e Letta lo ha designato presidente di Finmeccanica, la principale industria pubblica. Continuo a chiedermi, ma quali sono le qualità di De Gennaro per fare il presidente di Finmeccanica?”

Da tredici anni, lei gira per l’Italia raccontando la verità su Carlo, com’è cambiata la sua vita?
“La mia vita è questa: tredici anni che cerco di documentarmi, di leggere, di seguire le storie di questi personaggi. Se non vado in giro io, chi si ricorda che Ganzer era il più alto in grado tra i carabinieri a Genova, che Giovanni Truglio colonnello in Piazza Alimonda e ora Generale di Brigata dei Carabinieri era nel 1994 a Mogadiscio, nella nave nello stesso momento in cui viene uccisa Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E qualche cosa c’entra perché il maresciallo Francesco Aloi scomparso nel 2012 aveva dato alla Alpi la documentazione che Truglio, Cappello e altri erano al corrente delle violenze sessuali dei carabinieri sulle donne somale. Tutti questi sono presenti in Piazza Alimonda, ma tra il 1994 e il 2001 hanno partecipato alle operazioni in Bosnia, Albania e poi Afghanistan e Iraq, anche a Nassiriya. Dopo l’attentato al nostro contingente, ci fu una fotografia ancora più angosciante, pubblicata da L’Unità, di un ufficio di comando in cui sul muro diroccato c’era una bandiera tricolore con al centro la bandiera tricolore con il fascio littorio. L’allora senatore Longhi (Ds) propose una commissione parlamentare che naturalmente venne respinta. D’altra parte le commissioni parlamentari, quando rischiano di produrre qualche passo avanti sulla ricerca della verità vengono abolite come nel caso del G8”.

Qual è la risposta dei ragazzi quando negli incontri pubblici mostra le immagini e fa ascoltare gli audio sulla vicenda di Carlo?
“Rispondono molto bene con la voglia di sapere e di conoscere. Uno che mi sente parlare così, può dire, “il papà di Carlo è fuori di testa, cosa volete che dica”. No, io commento solamente fotografie, filmati o le telefonate dei comandi di alti ufficiali che raccontano delle azioni di guerriglia ma non in zona rossa, in zona gialla, in Piazza Paolo Da Novi, dove cominciano le avventure dei black bloc. Li, cento poliziotti e cento carabinieri non intervengono. Quella era la piazza tematica dei Cobas che dopo un po’ arrivano, portano le bandiere. Non escluso che il rosso abbia irritato i carabinieri e così abbiamo attaccato i Cobas, non i black bloc”

I fatti si chiudono il 5 maggio 2003 quando il Gip, Elena Daloiso, decide per l’archiviazione delle indagini dopo che il 2 dicembre 2002 il pubblico ministero Silvio Franz aveva avanzato la richiesta d’archiviazione per Mario Placanica, ausiliario al sesto mese di servizio che ha sparato in Piazza Alimonda e Filippo Cavataio, alla guida del defender dei carabinieri.
Per Placanica, l’archiviazione arriva per legittima difesa e per uso legittimo delle armi in manifestazione. Secondo quando riporta il sito piazzacarlogiuliani.org, sono state archiaviate le circostanze che portano agli scontri di Piazza Alimonda, la reale distanza tra Giuliani e il defender; la presenza degli ufficiali d’élite dei carabinieri a pochi metri del del mezzo; le stranezze balistiche fatte a Fidenza; il primo depistaggio della polizia e la ferita sulla fronte di Carlo.

Finito il racconto di quelle giornate, nella testa di chi ha seguito tutta la vicenda dalla immagini dei tg restano alcune domande: che ci facevano tutti quei manifestanti li, in quel punto della città? Perché hanno assaltato quel Defender? Ognuno risponda con la sua verità.

Da tredici anni, il caso di Carlo Giuliani divide l’Italia tra chi pensa che il giovane sia un assassino e chi crede che sia stato ucciso da un carabiniere. Riaprire il processo, mettendo mano ai documenti del Tribunale sarebbe l’atto migliore che un paese civile e democratico possa fare.

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Il blog di uno studente universitario, di uno speaker radiofonico, di un comico-giornalista in rampa di lancio e di tanto altro.. in attesa di capire il suo destino

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@AndreaMatta23 – Studente, speaker @RadioGolfo, web writer,attore, comico, scout, volontario

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