MILLO

Testata Millo

PICCOLI E GRANDI FRATELLI (NON) CRESCONO

Siamo tutti fenomenal. Ognuno nel suo campo: chi nella scrittura, chi nel web e chi nello sport. Poi ci sono i fenomeni di costume. Avrei voluto iniziare parlandovi di qualche pazzo che carica su YouTube dei video in cui veste in modo strano, ma qualche giorno fa, durante un attacco di zapping compulsivo, la mia attenzione si è fermata sul Grande Fratello. Diciamocelo: tutti abbiamo visto almeno una puntata di questo programma televisivo. L’idea era semplice, geniale: chiudere in una casa per cento giorni dieci ragazzi normali ma anche un po’ strani. La genialata fruttò parecchio agli inventori del programma, la società Endemol. Esordio internazionale nel 1999 in Olanda, esordio in Italia, giovedì 14 settembre 2000, quando Canale 5 mandò in onda la prima puntata. Dieci personaggi in cerca d’autore e qualcuno in crisi di identità. La prima edizione vide la nascita del primo grande fenomeno da reality show: Pietro Taricone, poi tragicamente scomparso nel giugno 2010, e che resterà a tutti gli effetti uno dei personaggi più amati delle dodici edizioni. Fu lui il primo ad accoppiarsi in diretta tv con una concorrente, a soli cinque giorni dall’inizio del programma, scatenando le prime grandi polemiche per il contenuto osé dello show, tanto da far annunciare e poi sospenderne la messa in onda. La vittoria finale andò proprio a Cristina Plevani, l’ennesima meteora della tv italiana. Fu l’edizione della “gatta morta” (tale Marina La Rosa), di Rocco Casalino (ora opinionista in tv), Sergio Volpini (primo bersaglio della Gialappa’s Band nel loro programma cult, “Mai dire Grande Fratello”). Poiché la puntata finale ebbe sedici milioni di ascoltatori, si pensò di replicare l’anno successivo. Calò il numero dei giorni di “reclusione” nella casa, 92, mentre salì il numero dei partecipanti che arrivò fino a 16. Dopo undici anni, solo tre di questi sedici personaggi hanno una pagina su Wikipedia (forse scritta da loro stessi?). L’edizione del 2001 fu importante anche per l’ingresso del primo concorrente di colore nella casa, Mathias. Un piccolo esempio di integrazione. Seguiranno altre dieci edizioni e nella casa del GF entreranno la bellezza di 250 concorrenti; i giorni di permanenza nella casa aumenteranno e diminuiranno come il famoso spread, passando dai 71 giorni della quinta edizione (2004) ai 183 giorni dell’undicesima (2011). Qualcuno è diventato poi un attore famoso: Taricone, Flavio Montrucchio, Laura Torrisi, e Luca Argentero. Tanti, troppi, sono diventati opinionisti e qualcuna è diventata “ragazza oggetto”, come Raffaella Fico che oggi si può forgiare del titolo di “donna di Mario Balotelli”. Alcuni di questi personaggi hanno avuto vicende non troppo piacevoli. Floriana Secondi, ad esempio, vincitrice della terza edizione, nel gennaio del 2012 è stata fermata per guida sotto effetto di stupefacenti. Una cosetta da poco. Dopo dodici edizioni possiamo dire che qualcosa è cambiato. Il calo degli ascolti, accusato proprio durante l’ultima stagione televisiva, potrebbe essere giustificato dal diverso modo di concepire la tv generalista, dalla offerta diversificata dei canali digitali e satellitari, dalla diversa collocazione giornaliera del GF (dal giovedì al lunedì). Forse però, agli italiani, la voglia di guardare dal buco della serratura non è mai passata e possiamo dire con fierezza che, dagli sguardi indiscreti di Lino Banfi nei film degli anni Ottanta a quelli dell’italiano medio davanti al GF, è rimasto un solo immortale punto in comune: la doccia! Certo, passare da Edwige Fenech a Cristina del Basso il passo indietro è davvero molto, molto lungo.
Il Grande Fratello non è, purtroppo, l’unico esempio di reality show italiano. Dal 2000 infatti, la tv ci propina almeno uno o due reality a stagione e vi assicuro che fare una classifica sul programma più brutto è un’impresa ardua. Nel 2004, con “Campioni. Il sogno”, ci fu addirittura il tentativo di un reality show calcistico. Esperimento miseramente fallito. Il Cervia, squadra del campionato di Eccellenza allenata dal campione del mondo Ciccio Graziani, dopo la prima, straordinaria stagione fallì miseramente. E di quella impresa sportiva restano solo i campi e i cartelloni pubblicitari un po’ datati. Nel 2005 nacque il primo reality di mamma RAI: “Il ristorante”: dodici concorrenti vip (tra di essi Serena Grandi, Giucas Casella e persino Pamela Prati), avrebbero dovuto gestire un ristorante con tanto di cucina, lavaggio piatti, spesa e far di conto. Facciamo un veloce calcolo e una domanda almeno sul GF: ma 250 concorrenti in 12 edizioni – tra di essi principi, intere famiglie, coppie fidanzate e poi scoppiate, cani, allevatori, muratori, giardinieri, figli di ex ergastolani, vittime di sequestri – significa forse che in giro per l’Italia ci sono almeno cinquecento braccia rubate all’agricoltura?

PAUSA RECLAME – In overdose da pubblicità

Venghino consumatori venghino! Sapevate che ogni giorno ciascun cittadino americano viene bombardato con oltre tremila messaggi pubblicitari? Una vera e propria guerra di reclame. Durante il Super Bowl, ad esempio, finale del campionato nazionale di football americano ed evento sportivo dell’anno negli States, la gran parte degli americani sorbisce una quantità industriale di spot pubblicitari, per lo più di junk food, cibo spazzatura. E continuano a ingrassare. Il SB è infatti un ghiottissimo avvenimento per le grandi multinazionali, che decidono di investirci sopra senza badare a spese: può costare loro dai (soli) tre milioni di dollari per uno spot di trenta secondi di una nota marca di patatine liofilizzate fino ai nove milioni sborsati da una nota marca di autovetture per uno spot di due minuti che ha come protagonista il ben noto rapper Eminem. Ovunque nel mondo gli avvenimenti sportivi sono i più ambiti dalle agenzie pubblicitarie. E se il Super Bowl è spazio pubblicitario da record, perché visto e vissuto da 100 milioni di telespettatori, nel luglio 2006 in Italia ben 26 milioni di telespettatori si sono “bevuti” lo spot ininterrotto di una nota marca di acque minerali durante la finale del campionato mondiale di calcio in Germania. È chiaro che le aziende vivono di e per la pubblicità, e attraverso di essa ci costringono a essere consumatori di prodotti inutili e marche inconcepibili, approfittando, ovviamente, dei programmi più visti. Ma la pubblicità oggi raggiunge cifre impossibili pur di convincerci a comprare comprare comprare. Per la serie “lo spot ha da costà”, la campagna pubblicitaria di una nota birra scura irlandese è arrivata a costare la bellezza di 14 milioni di euro! Le registrazioni sono durate due settimane e l’intera scena è stata ripresa ben quindici volte! Un autentico lungometraggio, ci credo che costa. E per restare in tema, anche se bionda, la birra (sarda?) Ichnusa ha deciso di celebrare i suoi primi cento anni con uno spot con duecento comparse e un regista come Alessandro D’Alatri. Costi dell’operazione n.p. Bevete e contribuite alle spese.
Accendiamo la tv, apriamo una rivista, camminiamo per strada: noi oggi sorbiamo più pubblicità in un anno di quanta cinquant’anni ne vedeva un uomo fa in tutta la sua vita! Anche se, a dirla tutta, all’inizio il battage era quasi un’arte! Ogni italiano che si rispetti ha visto, o almeno sentito parlare, una volta nella sua vita di “Carosello”, lo storico programma pubblicitario RAI, in onda dal 1957 al 1977, pensato come un contenitore pubblicitario che includeva sketch e scene di alta recitazione e cartoon oggi diventati cult, con personaggi ormai parte del patrimonio collettivo italiano. In vent’anni furono trasmessi 7261 episodi che vedevano come protagonisti attori famosi come Gino Bramieri, Raimondo Vianello, Vittorio Gassman, Totò e tanti altri personaggi della tv e del cinema di allora. Chi non ricorda, nella prima puntata, Mike Bongiorno come protagonista di uno spot per una nota marca di shampoo? Ma se trent’anni fa Carosello era l’unica maniera per sorbirsi la pubblicità in tv, concentrando tutti gli spot reclamistici in un quarto d’ora, oggi, diciamolo chiaramente, siamo costretti a guardare intere trasmissioni di spot promozionali con in mezzo un film o un programma. Anche la pubblicità è un segno dei tempi, no? Siamo passati dal maschio Caballero Misterioso ai due aitanti e ambigui ballerini che pubblicizzano un numero (o una marca?) di telefono; da Calimero che non riusciva a sbiancarsi a un imbianchino che per fare bianca una parete grande ha bisogno di un pennello grande, dalle movenze assurde di Jerry Lewis a quelle esplicite di un Rocco Siffredi e le sue patatine profilattizzate. E già, da sempre ogni campagna pubblicitaria ha il suo testimonial, e se anche oggi si impiegano attori e attrici vere c’è però di certo un abuso del nudo: come quell’uomo senza veli prima davanti al frigo mentre sorseggia del latte, poi mentre gioca a tennis e fa ciclette. Lo slogan della pubblicità recita così: “La vita delle piante è più durante di quello che sembra”.???? Pubblicità di ogni genere, come quella comica che ti invita a “non farti sorprendere” dal mal di pancia, a casa come al teatro, o che per la gioia di tutti vengono studiate per essere trasmesse soltanto all’ora di pranzo, quando la famiglia Brambilla dovrebbe essere riunita a tavola per mangiare un bel piatto di pasta. Ma in realtà non lo è. È pura idealizzazione. Non è assurda la pubblicità con quelle famiglie belle, pulite, profumate, tutti insieme seduti a fare colazione appena svegliati e già sorridenti, mentre nelle nostre case assistiamo a scene apocalittiche, con genitori che rincorrono i figli per sedersi a tavola oppure cercano la scarpa destra misteriosamente scomparsa nella notte? E vogliamo parlare delle pubblicità progresso, coi loro dati da brivido che fanno venire un’ansia… Degli spot che invitano i cittadini europei a visitare il nostro bel paese? Puff. Pubblicità che resteranno nella storia sono quelle delle reti private, dove passa di tutto, dall’agenzia funebre che applica gli sconti al 50%, al superipermegastore La Muraglia, cinese, ovviamente.
Una compagnia telefonica indiana ha fatto un miracolo: per il lancio del suo prodotto ha scambiato le maglie dei più forti giocatori al mondo, l’argentino Messi e il portoghese Cristiano Ronaldo: Messi è diventato il numero 10 del Brasile e Ronaldo il numero 7 dell’Argentina. Anche noi in Sardegna speriamo: magari Joaquin Larrivey – che i tifosi, con la loro acuta ironia, chiamano Lorrivuoi – si farà convincere da qualche agenzia a cambiare casacca, e dalla maglia numero 9 del Cagliari vestirà quella, ad esempio, del Poggibonsi, anche senza necessariamente cambiare compagnia telefonica.

ASPETTANDO L’ORO DI LONDRA

Anno bisestile, anno di Olimpiadi! Un mercoledì di fine luglio, l’ultimo misterioso tedoforo, accenderà la fiamma olimpica e inizieranno i XXX Giochi olimpico. Dal 25 luglio al 12 agosto, Londra si colorerà con i sei colori della bandiera olimpica: l’azzurro dell’Oceania, il giallo dell’Asia, il nero dell’Africa, il verde dell’Europa, il rosso dell’America e il bianco perché all’epoca erano stati utilizzati tutti i colori delle bandiere del mondo. Cinque cerchi intrecciati come volle Pierre de Coubertain, padre dei moderni giochi olimpici.
L’Operazione Olimpiadi di Londra 2012 è costata 14,5 miliardi di euro, ricavati in parte dagli sponsor che sborsano 848,2 milioni di euro per le due settimane olimpiche. 302 gare per 30 impianti, 204 nazioni e diecimila atleti che si sfideranno per le 549 medaglie in palio, con un solo obiettivo: la medaglia d’oro.
Ogni Olimpiade che si rispetti ha il suo quartiere olimpico e i londinesi per questo grandissimo evento hanno riqualificato la zona est della metropoli britannica. Sette anni di lavori per mettere in piedi uno Stadio Olimpico da 80 mila posti, costato 654 milioni di euro, l’Acquatic Center, la Basketball Arena, la Handball Arena, il Velodromo, il Media Center che ospiterà ventimila persone e il villaggio olimpico con 2818 appartamenti che al termine delle Olimpiadi saranno venduti a prezzi vantaggiosi. Come ogni olimpiade che si rispetti però il futuro di questi impianti non è stato ancora scritto del tutto.
Per noi italiani, saranno le prime olimpiadi estive in diretta su una tv a pagamento. La tv pubblica avrà infatti a disposizione solo duecento ore live, un modo per coprire quasi completamente le finali di tutte le 39 discipline.
Testimonial dell’Olimpiade inglese non poteva che essere Sir David Beckham, considerato il vero personaggio dello sport britannico. Calciatore, stilista, modello, ha tutte le carte in regola per mettere d’accordo gli uomini, che apprezzano le sue gesta calcistiche, e le donne, che guardando il suo fisico in ogni pubblicità di intimo.
Ogni Olimpiade, come ogni periodo storico, ha i suoi personaggi. A Citta del Messico, nel 1968, fece scalpore il pugno guantato di nero, alzato al cielo di Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente primo e terzo nella finale del 200 metri maschili. Un modo per portare il Black Power, discriminato e odiato al centro del mondo dello sport mondiale, a sei mesi di distanza dall’uccisione di Martin Luther King. Quattro anni più tardi, alle olimpiadi di Monaco, un commando di terroristi palestinesi fece irruzione negli alloggi degli atleti israeliani. Il bilancio di quel attacco fu devastante: 17 morti e tra questi 11 atleti israeliani, 7 terroristi e un poliziotto tedesco. E questi sono solo due esempi degli intrecci tra sport e politica negli ultimi cento anni.
Quanti sono i personaggi, i miti dello sport? C’è chi dice Diego Armando Maradona, il calciatore più forte al mondo (speriamo che Pelè non legga Millo), chi Michael Jordan, un mito per tuti i ragazzi anni ’90 e uno dei primi a capire lo stretto rapporto tra sport e sponsor, Lance Armstrong, incredibile ciclista che nel 1996 ha vinto contro un tumore, con la stessa forza con la quale scalava le montagne del Tour de France. Come non dimenticare Enzo Ferrari, fondatore della casa automobilistica più amata e prestigiosa d’Italia, e Mohammed Alì, il più grande pugile di tutti i tempi che è riuscito a sconfiggere tanti grandi sportivi, si è rifiutato di combattere la guerra in Vietman, nel 1964 convertito all’Islam e ha modificato il suo nome da Cassius Clay a Alì e ora continua a combattere contro la sindrome di Parkinson.
Chi non parteciperà alle olimpiadi ma è uno dei personaggi più particolari è il pugile filippino Manny Pacquiao. 33 anni, è uno degli sportivi più pagati al mondo, gira con nove guardie del corpo, ha sei assistenti e dopo aver ricevuto un messaggio divino in sogno, si è riavvicinato a Dio e da quel giorno ha smesso di scommettere e ha venduto i suoi galli da combattimento. Pacquiao è parlamentare dal 2010 e qualche mese fa ha incontrato Barack Obama alla Casa Bianca.
Ma quale sarà il personaggio Londra 2012? Noi ci sbilanciamo e diciamo Usain Bolt, l’uomo più veloce del mondo, uno che nella vita di tutti i giorni vive lentamente, tra allenamenti, videogames, ragazze, calcio e musica ma che sulla pista si trasforma: balla, si prepara per la gara con i suoi riti, diverte il pubblico e gli amanti dello sport e quando sento lo sparo dello starter va più veloce di tutti. 100, 200, 400 metri, staffetta per Lighthing Bolt non fa differenza, lui vuole la medaglia d’oro!
Prossimo appuntamento olimipico, Brasile 2016. Maya e anno bisestile permettendo.

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@AndreaMatta23 – Studente, speaker @RadioGolfo, web writer,attore, comico, scout, volontario

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