Andrea Matta

Questo tag è associato a 49 articoli.

Tempi Supplementari – Puntata 20

Le voci e le storie di Marco Piras, allenatore del Muravera, squadra che lotta per salvarsi nell’impegnativo campionato di serie D e di Francesco Garau, responsabile organizzativo dell’Antonianun Basket, società cestistica quartese nella puntata numero 20 di Tempi Supplementari in onda lunedì 7 marzo su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta

Riascolta la puntata sul podcast di radiogolfodegliangeli.it

*** Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 ***

Annunci

Tempi Supplementari – Puntata 17

I commenti dopo la vittoria contro il Latina e le interviste a Silvia Farigu e Valentina Cabras pluricampionesse di kick boxing e taekwondo nella puntata numero 17 di Tempi Supplementari su Radio Golfo degli Angeli con Andrea Matta e Laura Puddu in onda lunedì 15 febbraio.

Riascolta la puntata dal podcast di radiogolfodegliangeli<

Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656

Tempi Supplementari – Puntata numero 16

L’ex arbitro Andrea Contini e il nuotatore Giuseppe Guttuso sono gli ospiti della puntata numero 16 di Tempi Supplementari in onda lunedì 21 dicembre su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta. Durante la puntata, l’intervista con il presidente della Lega B, Andrea Abodi.

+++Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656+++

Tempi Supplementari – Puntata 15

Il d.g del Sant’Elena Luca Meloni e il presidente dei Crusaders Cagliari, Emanuele Garzia ospiti della puntata numero 15 di Tempi Supplementari su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta.

+++Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

Tempi Supplementari – Puntata numero 14

7 dicembre – Gianmario Sittinieri presidente della Scuola calcio Santo Stefano, Federica Arca e Giuseppe Spanu del Comitato Regionale della FITArco sono gli ospiti della quattordicesima puntata di Tempi Supplementari con Laura Puddu e Andrea Matta su Radio Golfo degli Angeli.

+++ Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

Tempi Supplementari – Puntata numero 13

Mario Frongia in collegamento telefonico; in studio Samuele Zucca della Globefish Dodgeball Cagliari sono gli ospiti della puntata numero 13 di Tempi Supplementari con Laura Puddu e Andrea Matta su Radio Golfo degli Angeli.

+++ Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

Tempi Supplementari – Puntata 12

Rolando Sordo (Cagliari Club “Gerry Hitchens”) e Cristina Sanna e Raffaele Santoni dell’Asd Saspo onlus sono gli ospiti della puntata numero 12 di Tempi Supplementari su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta.

+++ Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

Tempi Supplementari – Puntata numero 11

Carlo Rossi e Stefano Curcio dell’A.S.D. Marcozzi Tennistavolo Cagliari e in collegamento telefonico il sindaco di Quartu Sant’Elena, Stefano Delunas sono gli ospiti della puntata numero 11 di Tempi Supplementari su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta

+++ Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

Tempi Supplementari – Puntata numero 10

Daniele Costa, allenatore della Villacidrese, Marta e Giulia De Guio (Amsicora Femminile) sono gli ospiti della decima puntata di Tempi Supplementari su Radio Golfo degli Angeli con Laura Puddu e Andrea Matta.

+++ Per la pubblicità su Radio Golfo degli Angeli contattaci allo 070.4615656 +++

La settimana prima del mio compleanno e la generazione sfiduciata

fotoEccoci, ci siamo quasi. I ventisei anni stanno per arrivare. Sabato 23 agosto si avvicina sempre di più. Da qualche anno a questa parte mi diverto a scrivere un post autocelebrativo per raccontare quello che ho combinato nell’ultimo anno. Questa volta non lo farò. Non lo farò il 23, lo farò prima. In poche righe vi racconto di un anno andato via tranquillo tra qualche cambio di vita importante, nuove conoscenze, persone che sono passate e che son rimaste. Amicizie e punti fermi che si consolidano. Altre che il poco tempo ti porta a trascurare ma sai – e speri – che nulla sia cambiato. Tante (forse troppe) ore passate al pc per raccontare quello che succede nel mondo reale utilizzando il web, siti di informazione o social network fa poca differenza. Poi ci sono le ore di studio (sempre troppo poche), le serate in radio, nella sede scout, in tv, Ci sono quelli che conosci da anni che mi dicono: “Leggo quello che scrivi e hai ragione” e non so mai se siano folli o mi stiano prendendo in giro. Continuo a pensare/sperare che siano soltanto folli.
Torniamo al numero 26: la settimana prima del mio compleanno è iniziata in maniera tranquilla. Una domenica serena tra la lettura e rilettura del mio articolo scritto per Avvenire Cagliari, un caffè, quattro chiacchiere in giro e poi il ritorno a casa, lo sdraio e il libro “Il cattivo cronista” di Francesco Abate che sto divorando pagina dopo pagina. Credo di non aver mai letto un libro così velocemente.
Le giornate passeranno così, serene. Sabato alle ore 12, il mio orologio dirà che sono un anno più grande. Nulla di più. Per la prima volta non vivo l’attesa del compleanno: non so se festeggerò e questo è uno dei chiari sintomi dell’invecchiamento e del mio essere anziano inside.

Stare a casa porta anche a pensare. Ecco, da qualche giorno penso alla mia generazione, ai nati alla fine degli anni ottanta. Quelli che si sono laureati (triennale e magistrale, beati voi), quelli che passando il tempo a lamentarsi. Ci sono quelli fidanzati da dieci anni, qualcuno persino già sposato, qualcuno con prole al seguito.. Alla lista non mancano quelli che non hanno ancora capito cosa vogliono fare della loro vita, ammesso che i primi l’abbiamo davvero capito.

La mia è una generazione sfiduciata, quella dell’eterno precariato, quella del “Ti paghiamo” e poi nessuno ha mai visto un euro anche se questo è un male comune che prosegue da almeno vent’anni nel nostro belpaese. La mia è una generazione che ha paura di rischiare , un po’ come la città in cui vivo che non ha nessuna voglia di crescere. Prima o poi qualcuno si scoccerà della mentalità del “se non lo fa lui perché lo devo fare io” ma per adesso restiamo con poche idee e confuse. Torniamo ai tanti ragazzi di 20 anni che sono pronti a partire per far fortuna fuori: molti partono per studiare, alcuni per cercare buona sorte in qualche parte non ben definita del mondo, altri per fare i lavapiatti a Londra salvo poi essere rispediti al mittente. Il mondo ha una sorta di crisi di rigetto nei riguardi della nostra generazione o forse non abbiamo voglia di stare qui. Pensiamo che stare qui sia difficile, complicato, forse più che partire. C’è chi sta tra Cagliari, Quartu e la Sardegna cerca di non fare il mantenuto, lavora tra un progetto e l’altro e spera che qualcuno tiri via qualche euro dalla tasca per essere pagato. Perché lavorare a basso costo o addirittura gratis, sempre e comunque fa perdere il senso del lavoro, della dignità. Perché mi sono stancato di sentire gli amici che raccontano di chi promette e non mantiene, di ore buttate, di gelosie, di persone che non credono in noi giovani e in quelli che stanno arrivando solo perché sono più preparate di loro, con idee più fresche, con sogni realizzabili frutto di progetti che valgono.

Voglio provare a pensare positivo. Ok, la mia generazione è ricca di ragazzi che ci vogliono provare. Vogliono provare a fare fortuna con la propria passione, vogliono creare profitto da quella passione che li ha colpiti da piccoli. Sarebbe bello svegliarsi la mattina e lavorare per il proprio sogno. Ci proviamo, ci proviamo tutti i giorni. Siamo quelli che passano poco tempo a casa perché siamo sempre impegnati tra un sito e l’altro, tra un colloquio e un comunicato. Siamo la generazione che si sveglia ogni mattina e si lamenta su facebook perché qui non c’è nulla e quando qualcuno organizza qualcosa di nuovo siamo i primi ad attaccarlo. Siamo strani.

Non sono bene come andrà ma noi ci proviamo. Abbiamo bisogno di una piccola rivoluzione.

cagliari globalist – Settore giovanile e brand: nasce il Cagliari duepuntozero

da Cagliari Globalist – 20 giugno 2014

Il nuovo Cagliari targato Tommaso Giulini parte dal settore giovanile e dal rilancio del brand rossoblu grazie a Gianfranco Matteoli, uomo fondamentale per i giovani talenti e Stefano Matalucci, esperto di marketing e uomo di fiducia del nuovo numero uno di Viale La Playa.

Il presidente ha annunciato l’aumento del budget per il settore giovanile che diventerà un punto di partenza per la squadra affidata a Zeman. L’allenatore boemo ha sempre con i giovani plasmando talenti come Immobile, Insigne e Verratti. Il mister potrà partire da giovani sardi come Murru, Del Fabro, Barella e Loi. Parole importanti da parte del presidente per Matteoli. Per il recordman del gol più veloce della storia della Serie A, pronto un posto nel nuovo Consiglio d’amministrazione.

Matalucci, anche lui nel nuovo CdA, ha illustrato alla stampa il rilancio del brand “Cagliari” attraverso la valorizzazione del marchio; una comunicazione più vicina ai tifosi e il coinvolgimento degli sponsor.
Tra gli obiettivi della nuova società, la creazione della Casa Cagliari, di un Cagliari Village per far vivere ai tifosi le gare con più entusiasmo e per riavvicinare le famiglie allo stadio. Dal punto di vista della comunicazione, tre i canali principali: lo stadio, per permettere ai tifosi di conoscere le evoluzioni sull’impianto cagliaritano; la squadra, con notizie ufficiali. Un canale dedicato sarà a disposizione del presidente che avrà la possibilità di far conoscere quali sono le sue idee ai supporter. Pronto anche un documento chiamato “Cagliari 2.0” che presenterà gli impegni della società. Spazio anche agli sponsor sardi che grazie al “Cagliari Network” avranno la possibilità di farsi conoscere al di fuori dell’isola.

Nel nuovo Consiglio di Amministrazione, oltre a Matteoli e Matalucci, Mariano Delogu, Alessandro Marino, Stefano Signorelli e Gianluca Serra.

cagliari globalist – Si vota per l’Europa

da Cagliari Globalist – 25 maggio 2014

Il grande giorno è arrivato. Dalle ore 07.00 urne aperte per eleggere i 73 rappresentanti italiani al Parlamento Europeo. Mai come in questa occasione, il voto rappresenta un test importante per i partiti. Il rischio astensionismo è dietro l’angolo. Pare però che le elezioni europee non interessino agli italiani. Numeri alla mano, in trentanni, dal 1979 al 2009 sono stati persi quasi venti punti percentuali (19,56%).

Europee o poltiche? Negli ultimi giorni di campagna elettorale tanti big della politica nostrana hanno catalogato queste consultazioni europee come un banco di prova nazionale per la tenuta della maggioranza di governo. Una campagna dai toni forti: provocazioni, botta e risposta tra leader e personaggi più o meno noti della politica. Dalle scorse politiche sono passati solo sedici mesi ma possiamo contare su due premier, Letta e Renzi e sulla riconferma del presidente Napolitano dopo il no a Marini e soprattutto Prodi. C’è chi, domani, è pronto a gridare sotto il Quirinale per chiedere che il Presidente della Repubblica lasci l’incarico, chi vede già un possibile rimasto di governo e chi vorrebbe tornare alle urne, ancora una volta. Per non perdere il gusto di tornare al voto. Una cosa è sicura: lunedì saranno tutti arrabbiati con se stessi e contro i loro avversari.

Tutti in tv. Forse. La campagna elettorale che si è conclusa poco più di ventiquattro ore fa ha visto il prevalere della tv sulla rete. Non a caso tutti, anche quelli che avevano detto che non sarebbero mai andati in un salotto televisivo, hanno fatto la loro comparsa con buona pace degli elettori e dell’auditel. Ad un occhio ben attento però non sfugge che sono stati soltanto tre i partiti di cui si è ampiamente parlato in queste ultime settimane. Peccato, perché [url”le liste in campo sono otto”]http://cagliari.globalist.it/Detail_News_Display?ID=103723&typeb=0&Europee-2014-Sicilia-Sardegna-tutti-i-candidati-[/url] e tutte con pari dignità politica. Forse bisognava far parlare tutti per far conoscere agli elettori quali sono le idee politiche delle forze in campo perché non basta internet per farsi pubblicità elettorale. Anche una “comparsata” in tv, non solo nelle tribune politiche organizzate dalla Rai, fa recuperare il voto degli indecisi.

Dov’è l’Europa? In questa campagna per le europee la grande assente è stata l’Europa. La gran parte dei politici ha parlato solo e soltanto di ciò che farà per l’Italia nei prossimi mesi dimenticandosi che le consultazioni servono per eleggere 73 cittadini italiani che faranno parte di un Parlamento Europeo con compiti precisi e sconosciuti a tanti italiani. Forse l’argomento poteva essere approfondito meglio magari dando, anche nei tg, meno spazio alla cronaca e più minuti all’informazione politica.

I non votanti I leader e gli analisti politici sono preoccupati per la percentuale di italiani che non andrà a votare. Sono tanti gli scontenti, i delusi, quelli arrabbiati e indecisi sino all’ultimo. Gran parte degli italiani non vuole più andare alle urne, perché “tanto le cose non cambieranno”, perché “decidono sempre i soliti”, perché “non ne vale più la pena”. La cosa che rammarica di più è che tra i tanti che la pensano così ci sono parecchi giovani stanchi della mala-politica gli stessi che si lamentano se le strade della loro città sono piene di buche, dei servizi che non ci sono. Tra questi anche quelli che non possono avviare o tenere in vita una azienda perché lo Stato, la Regione o i Comuni non riescono ad utilizzare i fondi europei, quelli che arrivano dall’assemblea che sta per essere votata dagli italiani che si recheranno al voto. Niente da fare. Per loro sarà un 25 maggio come tanti altri.

I dati Torniamo indietro nel tempo. La prima elezione per il Parlamento Europeo risale al 10 giugno 1979. In Italia c’erano ancora Dc, Pci e Psi. I votanti furono 36 milioni (86,12%). Nella circoscrizione Italia Insulare, a votare fu il 75,87%. A vincere questa tornata fu la Democrazia Cristiana (36,49 sul dato nazionale e 40,70% nelle isole. Nella provincia di Cagliari vinse il PCI (36,67%)
Si avanza di cinque anni: 18 giugno 1989. Media nazionale: 81,66%, nelle isole vota il 73,96%. La Dc è il primo partito sia in Italia (32,95%) che nella circoscrizione isolana (35,55%).
Avanti di altri quattro anni. 12 giugno 1994. Alle Europee vota il 74,65%, nella Circoscrizione Sicilia-Sardegna i votanti sono il 71,87%. Forza Italia conferma l’annata vincente imponendosi con il 30,60% nella media nazionale e con il 36,20% nelle isole.
Quarta chiamata europea al voto. E’ il 13 giugno 1999. Il dato nazionale parla di un 70,81% mentre la circoscrizione Sicilia-Sardegna si attestò sul 62,54%. Forza Italia si conferma il primo partito con il 25,18% e 27,54%
Il 12 giugno del 2004, il dato nazionale si fermò al 73,09%, la circoscrizione Isole al 63,99%. L’Ulivo vinse con il 31,09%, 27,25% nelle isole.
Nell’ultima tornata europea, il 7 giugno del 2006, la percentuale per il nazionale fu del 66,47%, il dato complessivo sulla circoscrizione Isole è del 47,14%. Doppia vittoria per il Popolo delle Libertà (35,26% e 34,46%), dietro il Pd (26,13% e 24,95%).
I dati parlano chiaro. In trent’anni, la percentuale di votanti è scesa quasi del 20%. L’Italia e la Sardegna si sono disaffezionate al voto. Alle elezioni politiche del 2013, il dato nazionale alla Camera parla del 75,20% di votanti, al Senato il 75,11% (68,32% e 68,50% in Sardegna), quasi cinque punti in meno rispetto al 2008 (80,51% alla Camera e 80,40% per il Senato)
I dati delle ultime regionali non fanno altro che confermare il trend negativo: alle urne è andato soltanto il 52,28% dei sardi. Piccola curiosità: per la prima volta, l’elezione europea avviene nel mese di maggio.

Andiamo a votare Al di la degli appelli politici dell’ultima ora, degli sms che ti ricordano che oggi si vota dalle 07.00 alle 23.00, sarebbe bello convincere i non elettori ad andare a votare. Perché, visti i tempi che corrono, a qualcuno prima o poi verrà l’idea di toglierci anche questo piccolo diritto e dovere politico. Quello di essere elettori ed eletti. Di rappresentare la nostra città e la nostra nazione come faranno i 73 italiani. Spieghiamo a chi vota per la prima volta cosa vuol dire buttare dentro l’urna quella scheda, qualsiasi partito o movimento si intenda votare.

Oggi l’applicazione facebook “Sono un elettore” ci dirà quanti nostri amici virtuali andranno a votare. Secondo i dati forniti dall’istituto Capgemini, l’uso della tecnologia e l’utilizzo dei dispositivi mobili aumenterebbe la percentuale di votanti per le Europee. Per ora, restiamo tradizionalisti, prendiamo la nostra scheda elettorale e andiamo a votare.

cagliari globalist – Ritardi mondiali

da Cagliari Globalist – domenica 18 maggio 2014

“Il Brasile è più interessato a vincere la Coppa del Mondo che a prepararla”, parola di  Jérôme Valcke, segretario-generale della Fifa che ha commentato così gli eterni ritardi per l’edizione 2014 del mondiale che partirà il 12 giugno con la gara inaugurale tra Brasile e Croazia allo stadio di San Paolo, inaugurato per ben tre volte ma ancora non completato.

Impianti Lo stadio del Corinthians non è l’unico impianto non ancora finito. All’appello mancano anche Curitiba, arena in cui mancano ancora la metà dei seggiolini; Cuiaba nel Mato Grosso, teatro della nona vittima tra gli operai; e lo stadio a Manaus, in Amazzonia, un vero a proprio “elefante bianco” come direbbero i brasiliani, una cattedrale nel deserto dove gli azzurri di Prandelli esordiranno contro l’Inghilterra, il prossimo 14 giugno alla mezzanotte italiana. Alcuni parlano di una “megalomania brasiliana” perché dai dieci stadi classici per ospitare una competizione mondialesi è passati a dodici impianti per accontentare le tanti parti del paese.

Infrastrutture Nel quinto paese al mondo per superficie totale (il 47% dell’intero Sud America), i trasferimenti sono difficili. Strade e aeroporti, infrastrutture che dovevano essere completate per il mese calcistico, sono ancora in fase di conclusione. Il caso della Transcarioca, superstrada che taglia in due Rio e che permetterà un abbassamento del traffico nella metropoli sarà pronta solo per le Olimpiadi del 2016.

Alcuni aeroporti, rimasti uguali al 2002, si presenteranno ad atleti, delegazioni e tifosi ricoperti di teloni e così, l’organizzazione, pensa ad un piano B per la loro accoglienza. In Brasile tutti conoscevano le scadenze: gli impianti dovevano essere consegnati il 31 dicembre scorso. I ritardi sono dovuti ai tanti scioperi degli operai, alla lentissima burocrazia brasiliana e alle continue proroghe.

Rousseff vs Blatter Mentre in Italia, gli spot con gli azzurri protagonisti – Pirlo e Prandelli superstar – e i programmi tv ci accompagnano verso il terzo mondiale pay, in Brasile aumentano i dissapori tra popolazione, governo e Fifa. Per la presidente Dilma Rousseff, la Coppa del Mondo è diventata un peso per il paese e continua il suo botta e risposta personale con il presidente della federazione internazionale Blatter: “I brasiliani si devono impegnare di più” ha dichiarato il numero uno svizzero che, due giorni fa, ha ammesso l’errore di assegnare al Qatar i mondiali per il 2022 dove il numero dei morti è già superiore a quello del Brasile e i 50 gradi d’estate non sono la temperatura adatta per giocare a calcio.

I No Copa “Fifa terrorista”, “Fifa go home” sono gli slogan usati dai “No Copa”, quella parte di brasiliani che non vuole i mondiali nel loro paese e che hanno già fatto sentire la loro voce durante la Confederation cup dello scorso anno. Secondo un sondaggio, il 58% dei cittadini vorrebbe che la Coppa si giocasse da un’altra parte, non in un paese dove mancano medici e insegnanti (il 10% dei brasiliani è analfabeta) i fondi per la competizione sono stati tolti proprio alle categorie più deboli, favelas comprese, Nelle strade di Rio, Porto Alegre, Belo Horizonte si vive in un clima di continua guerriglia e la popolazione accusa lo Stato per l’uso sbagliato dei soldi pubblici.

Per i “No Copa”, il mondiale non ci sarà. Il calcio, i colpi di genio dei fuoriclasse, per novanta minuti, aiutano a non pensare alle bruttezze della vita. Neymar e compagni hanno due obiettivi: far gioire il paese e vincere la Coppa attesa dal 2002. Avversari e popolazione permettendo.

cagliari globalist – il calcio che (non) vogliamo

da Cagliari Globalist – domenica 4 maggio

”Il calcio che vogliAmo”. E’ questo lo slogan di una compagnia telefonica e sponsor ufficiale del campionato di Serie A e Coppa Italia ma lo spettacolo del sabato romano è la nuova pessima figura per il football italiano. L’ennesima in una stagione tra le intimidazioni dei tifosi della Nocerina ai giocatori rossoneri costretti a lasciare il campo della Salenitana e senza contare le squalifiche per la famigerata discriminazione territoriale.

I fatti. Tutto è iniziato nel pomeriggio, dieci feriti, petardi e bomboni contro la polizia che scortava i tifosi napoletani allo stadio Olimpico. Colpi di pistola a Tor di Quinto. Bilancio: un tifoso del Napoli in gravi condizioni colpito al torace e alla spalla; un altro raggiunto da un proiettile alla mano e un terzo rimasto ferito in maniera più lieve a una mano da un colpo di pistola. Il quarto sarebbe il custode di un vivaio, un ultrà romanista già conosciuto dalla forze dell’ordine. Per il Questore di Roma, il ferimento dei tre, sembra essere collegato a cause occasionali.

Allo stadio, il caos, il ritiro degli striscioni nella curva dei tifosi partenopei, poi quarantacinque minuti di attesa, con tanto di altri lanci di petardi e un vigile del fuoco contuso, prima dell’ok finale di un capo ultras. Eppure è stata una bella partita con tre gol nei primi trenta minuti e una vittoria per il Napoli che porta a casa la Coppa con un 1-3.

Tensione in tv. I fatti dell’Olimpico sono stati raccontati con un po’ troppa tensione dai cronisti della tv pubblica. Sarà stata la concitazione degli eventi, il raccontare tutto ciò che stava accadendo in diretta per tenere incollati i telespettatori davanti agli schermi (anche con due minuti di pubblicità, vaffa compreso) ma tra le possibili voci su un rinvio della gara, all’addetto ai cori a cui serviva un po’ di spazio per vedere la partita e a quel “la curva ha deciso, si gioca”, qualcuno ha sbagliato. Forse sarebbe stato meglio raccontare i fatti cercando di trasmettere calma anche a chi stava a casa e poteva mettersi in contatto con i tifosi in curva nord.

Tribuna d’onore In tutto questo caos, sembra strano vedere il Presidente del Senato Grasso, il Premier Renzi, ovvero due tra le più alte cariche dello Stato, il presidente del Coni, Malagò, i dirigenti delle due società, rimanere inermi davanti a una curva in fibrillazione con il capitano del Napoli, Marek Hamsik che, sotto il settore, discuteva con i capi ultras tra questi anche Gennaro, quello della maglietta “Speziale Libero” dedicata al tifoso condannato per la morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti nel febbraio 2007. Un personaggio molto simile a Ivan Bogdanov, capò ultrà della Serbia che non fece giocare la gara tra l’Italia e la sua nazionale. Per aumentare la polemica, parte dello stadio ha fischiato l’inno d’Italia. In tutto questo, la curva sud dell’Olimpico, occupata dai tifosi della Fiorentina ha inneggiato la squadra, ha cantato per novanta minuti anche se la sua squadra ha perso la sfida che poteva cambiare la stagione. E meno male che doveva essere una serata di bel calcio, dedicata ai tanti bambini presenti allo stadio.

Ultras pro e contro. Ora c’è chi chiederà nuove misure per buttare fuori gli ultras dalle curve. Non sono bastate le tessere del tifoso e tanti iniziano a chiedersi a che serve chiedere l’autorizzazione per mettere uno striscione o fare una coreografia allo stadio se poi dalle curve partono petardi, bombe carta e bengala in campo? I grandi del calcio devono dire no ai rapporti con i gruppi organizzati. Le società devono dire basta alle provocazioni. Devono dire basta ai “Dacci i biglietti oppure ti contestiamo”. Gli amanti del calcio non dimenticano l’amaro addio al calcio di Paolo Maldini, contestato dalla curva Sud del Milan per non essere stato “unico e vero capitano” dei rossoneri come Baresi. Negli stadi italiani il clima si avvicina sempre più a quelli del Sud America dove risse e scontri sono all’ordine del giorno. Il clima attorno al calcio è sempre più cupo: contestazioni, minacce, uomini che vanno allo stadio per sfogarsi per le delusioni di una vita.

Eppure gli ultras non sono tutti cattivi. Basta fare un giro in rete per leggere post e articoli su iniziative benefiche nate proprio grazie alle amicizie in curva: raccolte fondi per i terremotati, gli alluvionati. Tutto fatto in silenzio, senza troppa pubblicità.

Gli stadi vuoti sono la morte del calcio e del pallone in tv. Una partita senza pubblico non è vendibile all’estero ma se il nostro fooball, insieme a 65mila persone all’Olimpico e sette milioni di appassionati davanti alla tv devono aspettare quarantacinque minuti per aspettare il via libera di un tifoso per vedere in campo due squadre per una finale di Coppa Italia, il nostro calcio ha perso. Intanto in Francia, il Guingamp, più tifosi che abitanti, ha vinto la Coppa di Francia sostenuta da suoi tifosi arrivati a Parigi in trattore. Altro calcio.

cagliari globalist – Intervista con Giovanni Discolo: aprite il cuore al sorriso

da Cagliari Globalist – 26 aprile 2014

In una società modernizzata, in cui tanti fanno solo la loro parte senza preoccuparsi troppo del loro prossimo, accogliere nella propria casa un’altra persona permette di conoscere una nuova realtà, diversa da quella che viviamo tutti i giorni. Martedì 29 aprile, alle ore 17.30 nella Sala Conferenze del Distretto Socio Sanitario della Cittadella della Salute (ex Villa Clara) a Cagliari, il presidente nazionale dell’associazione “Luciano Lama”, Giuseppe Castellano, incontrerà le famiglie sarde che hanno aderito alle quarantatreesima accoglienza estiva dei bambini bosniaci. All’incontro parteciperanno, tra gli altri, anche il responsabile regionale Maurizio Corda, il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, l’Arcivescovo Arrigo Miglio, Don Marco Lai, responsabile della Caritas Diocesana. Per presentare l’associazione “Luciano Lama”, abbiamo chiesto a Giovanni Discolo, dottore in Mediazione Culturale e Cooperazione Euromediterranea, di fare il punto sull’accoglienza ai giorni d’oggi partendo dalla sua forte esperienza in terra bosniaca.

Dottor Discolo, quanto è importante oggi il ruolo del mediatore culturale?

Per comprendere in fondo il ruolo del mediatore è necessario capire il concetto di mediazione che esige innanzitutto il riconoscimento dell’altro come un “tu”. Il “tu” è il fondamento della relazione, senza la quale nessuno di noi esisterebbe.

Il mondo attuale vive nell’essere dell’Io, e il potere ha assunto questo assioma come motivazione della propria esistenza: esistere ad ogni prezzo, imporre la propria presenza ad ogni costo. Lo scopo della vita invece non può essere un’idea, nè un concetto, e neppure un progetto, ma la relazione; consiste nel ridurre l’invasione del nostro “Io” per ascoltare e sorreggere il “tu”, che deve tornare al centro di ogni riforma e di ogni cambiamento anche strutturale della società.

Il senso della vita significa abbandonare la competitività, mettere al bando la concorrenza per lasciare spazio ad anelli di solidarietà, significa “sapere”, cioè assaporare ciò che è essenziale distinguendolo da ciò che invece è superfluo. Abbiamo bisogno di riscoprire il “tu”, la relazione, il dono come elemento di realizzazione della nostra esistenza. Da qui, e non dagli interessi reciproci, potrà discendere il rispetto dell’altro e potrà scaturire il dialogo, elemento costitutivo della nostra natura. Ogni conflitto è il segno tangibile che non ha funzionato il rapporto con l’altro, che è stato negato il dialogo e che vi è qualcosa di profondamente errato nel proprio modo di vivere.
Ecco la mediazione culturale, saper mediare tra culture non perdendo mai di vista il senso della vita considerando non il proprio “Io” ma l’altro.
I mediatori infatti sono indispensabili ai fini dell’integrazione, perché in tal modo gli immigrati possono farsi riconoscere come attori imprescindibili della vita sociale, senza dei quali certi problemi non possono essere risolti.
I mediatori, creando spazi e tempi di dialogo (e non una relazione senza riconoscimento) permettono lo scambio e la cooperazione sviluppando così una dinamica sociale positiva che eviterebbe l’esclusione.

L’analisi delle pratiche dei mediatori culturali mette in luce la specificità e l’originalità delle loro competenze, offrendo indicazioni per la loro formazione e per una metodologia di lavoro complementare rispetto a quella dei professionisti ma per garantire al massimo la loro indipendenza è necessario che abbiano il sostegno dei pubblici poteri. Non ci si può aspettare che i mediatori risolvano tutti i problemi di integrazione degli immigrati; i mediatori non possono essere che un anello di una catena di azioni complesse e concertate a livello politico, economico e sociale. Dunque se mediare, significa nel senso più ampio avvicinare, facilitare il contatto, includere, incoraggiare e sostenere l’interazione e lo scambio, il compito del mediatore è perciò, da un lato quello di agevolare l’accesso e l’uso, da parte degli immigrati, di servizi, luoghi e risorse comuni a tutti i cittadini, dall’altro quello di favorire il riconoscimento, da parte del Paese di accoglienza, dei bisogni, delle specificità e delle differenze culturali, linguistiche e religiose di cui sono portatori i singoli e i gruppi immigrati.

La sua esperienza in Bosnia è stata utile per completare il suo percorso universitario ma anche dal punto di vista umano. A distanza di qualche anno, qual è il ricordo più forte dei giorni passati in terra bosniaca?

“Non è importante quanto facciamo ma quanto amore mettiamo nel farlo”. É con questa citazione della beata Madre Teresa di Calcutta che inizio le mie giornate, è con essa che auguro il buongiorno, è con questa frase che mi ritorna il sorriso sulle labbra ed è con questa stessa che voglio iniziare a descrivere la mia esperienza. Esperienza vuol dire viaggiare, conoscere nuova gente, cercare nuove amicizie, scoprire nuove culture, studiare e proprio attraverso l’esperienza e lo studio che si comprende quanto sia importante la figura del mediatore culturale.

Il tirocinio in Bosnia Erzegovina infatti, mi ha permesso di “fare esperienza” vale a dire mi ha dato l’opportunità di approfondire dei temi che stanno alla base della mia formazione. La permanenza nello Stato della ex Jugoslavia per un periodo così prolungato, ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua inglese in quanto lingua veicolare, ma anche di apprendere delle nozioni grammaticali della lingua del luogo, di conoscere i progetti di aiuto umanitario nel settore giovanile cosa che sconoscevo permettendomi di familiarizzare con le future prospettive riguardante la mia carriera. A mio avviso, il tirocinio a mio è stata un’esperienza interessante ma anche formativa: interessante, in quanto mi ha permesso di scoprire una nuova realtà vivendo con un popolo che ha molto sofferto a causa della guerra ma nello stesso tempo formativa, in quanto ho avuto la possibilità di arricchire il mio bagaglio culturale sia dal punto di vista professionale che umanitario.

Prima della partenza per la Bosnia Erzegovina avevo un’idea un po forse negativa in riferimento a questa Nazione, ma dopo aver trascorso circa due mesi nell’ex Jugoslavia mi sono reso conto che le mie supposizioni erano infondate in quanto ho trascorso un periodo sereno, tranquillo e pieno di soddisfazioni. In primis la riuscita del progetto ma ancora più importante l’aver incontrato dei giovani che non si sono tirati indietro nel darmi il loro aiuto. Ho lavorato molto alla riuscita dell’opera ma non avrei sicuramente avuto un risultato positivo senza l’aiuto di Boban e della sua famiglia. Essi per l’intero periodo di tirocinio sono stati un aiuto prezioso. Tutte le mattine ricevevo una telefonata da Boban che mi invitava a bere un caffè o addirittura sedermi a tavola con lui e la sua famiglia per consumare insieme il pranzo. Non potrò mai dimenticare ciò che loro hanno fatto per me. I loro sorrisi, la loro gentilezza, la loro ospitalità, il loro prendermi in giro erano la carica per continuare col progetto.
Hanno fatto in modo che non sentissi la lontananza dalla mia famiglia. Mi trovavo in Bosnia ma molte volte lo dimenticavo. Credevo di essere in Sicilia soprattutto quando mi facevano trovare a pranzo spaghetti al pomodoro.
La Bosnia Erzegovina fa ormai parte di me, mi è entrata nel cuore. La popolazione è stata generosa nei miei confronti perché nonostante le loro problematiche (che a confronto le nostre sono briciole) mi hanno regalato ospitalità, amicizia, sorrisi.

Ho avuto modo di approfondire le tematiche di ospitalità e gentilezza in ogni momento della mia permanenza nella città di Srebrenica in quanto chiunque (dai giovani alle persone più grandi) mi vedeva, aveva il piacere di offrirmi un caffè o di invitarmi a pranzo dalle rispettive famiglie; Non importava che fossi straniero o non capissi la loro lingua. Per essi l’accoglienza nei confronti soprattutto degli stranieri è fondamentale. Tutte queste esperienze hanno permesso di avere solo ricordi positivi di tutto il periodo di stage.
La prima esperienza positiva è stata quella di aver conosciuto una famiglia che mi ha accolto a braccia aperte non facendomi mancare nulla dal punto di vista soprattutto affettivo. L’aver conosciuto molti giovani della zona è stato per me motivo di grande gioia creando delle amicizie che durano ancora e permettendomi di trovare più informazioni possibili per la buona riuscita del progetto e per la risoluzione delle problematiche che si potevano verificare all’interno del centro di formazione. Lasciare il passato non vuol dire dimenticarlo, ma attraverso gli avvenimenti trascorsi trovare la forza per investire sul futuro della Bosnia Erzegovina, sul futuro dei giovani e soprattutto sul futuro dei bambini.

È proprio attraverso il gesto di un bambino che voglio concludere la descrizione di questa esperienza. Mi manca il saluto di un bimbo di otto anni che abitava di fronte casa mia e quasi tutte le mattine uscendo dall’appartamento per andare a scuola mi urlava sempre: “Ciao Italiano”.

Sono state tante le famiglie sarde che hanno deciso di accogliere per qualche giorno un bambino della Bosnia Erzegovina. Che consiglio dà a queste famiglie?

Accoglienza è un termine che ha un significato ben preciso, vale a dire ricevere una persona in casa propria. Ricevere qualcuno presuppone un forte senso di responsabilità, ma soprattutto di grande umanità. L’accoglienza di un bambino è sicuramente da ritenere un gesto ancor più nobile poiché vuol dire accogliere un sorriso, sincero e puro. Chiunque può fare esperienza di accoglienza poiché non sono assolutamente richieste doti particolari ma solo la capacità di donare amore. Il termine amore non va inteso nel suo significato esclusivo, ma va inteso nelle sue mille sfaccettature.

Molte volte si fa un gesto di accoglienza con una consapevole/inconsapevolezza. Utilizzo questi termini solo per facilitarmi nell’espressione. Si è consapevoli di ciò che si dona ma inconsapevoli di quello che si riceve. Si crede di dare molto ma alla fine si rimane letteralmente folgorati dall’accoglienza per via di ciò che si riceve. Nella famiglia dei miei zii e di mia sorella vengono ospitati oramai da anni due gemelli provenienti dalla Bosnia Erzegovina. I bimbi hanno portato così tanto amore in famiglia che credevamo di dare tanto a loro ma in realtà sono stati proprio i bimbi a donare tanto a noi. Ricordo la prima accoglienza del dicembre 2010: il piccolino arrivato a casa di mia sorella non sapeva ancora pronunciare nessuna parola in italiano. La vigilia di Natale eravamo seduti a tavola per la cena della notte Santa e il bambino non sapendo come manifestare la propria gioia nell’essere in mezzo a noi si alzò dando un bacino sulle guance a mia sorella e mio cognato. Quel semplice gesto di gratitudine non poté che suscitare in noi emozioni forti. Spesso infatti sono proprio le azioni ordinarie che, se fatte in maniera sincera ed amorevole, riempiono il cuore di gioia e di felicità.

Sono molto felice che tante famiglie sarde avranno l’opportunità di fare l’esperienza di accoglienza grazie alla ONG “Luciano Lama” e al Dott. Corda.
Bisogna vivere ogni momento con i bimbi in modo sereno e tranquillo. I primi giorni saranno sicuramente i più importanti perché è in essi che avrà inizio la conoscenza reciproca ma dopo aver preso la rispettiva confidenza tutto farà parte della normalità e della quotidianità. È certo che nel primissimo periodo il linguaggio non verbale, ovvero quello del corpo, sarà di grande aiuto poiché risulterà la principale forma di comunicazione, ma pian piano, con il continuo ascolto della nostra lingua e il conseguente e rapido apprendimento il vocabolario del bimbo si arricchirà di termini italiani e, alla fine della permanenza in Sardegna già i bambini capiranno bene la lingua italiana e saranno in grado anche di comunicare in italiano. Le famiglie avranno a disposizione un’interprete di lingua bosniaca che sarà di aiuto e sostegno per tutti i momenti di incomprensione tra i bambini e i nuclei familiari . Per qualsiasi informazione sarebbe bene contattare il referente regionale Dott. Corda o la sede della ONG “Luciano Lama” ad Enna o ancora leggere le indicazioni e i consigli riportati sul sito http://www.associazionelucianolama.it. Aprite il cuore al sorriso. Sono certo che ogni famiglia che ospiterà un bimbo alla fine dell’esperienza di accoglienza sarà una famiglia rinata, nuova e che sarà testimonianza dell’amore grande e puro che chiunque è in grado di trasmettere.

cagliariglobalist – Papa in Sardegna, Miglio: abbiamo conosciuto il vero Francesco

Da Cagliari Globalist – 22 settembre 2013

”Volevamo far conoscere la Sardegna a Papa Francesco e invece noi abbiamo conosciuto lui, quello vero. così l’Arcivescovo di Cagliari, Monsignor Arrigo Miglio durante la conferenza stampa a calco in chiusura della visita cagliaritana di Papa Francesco. ”Sono stato undici ore accanto al Papa e ho visto un uomo che non si è preso nemmeno dieci minuti di pausa. , ha detto l’arcivescovo che ha ricordato quanto il Papa sia stato colpito dalla folla sulle strade cagliaritane. “Credo che avrebbe voluto fermarsi da tutti.

250 giornalisti accreditati, 100 fotografi, 80 fotoreporter, un centinario di tecnici per quasi 600 accreditati nell’ambito dell’informazione. “Segno dell’interesse per questa giornata anche per i media nazionali e internazionali”, ha dichiarato Don Giulio Madeddu, capo ufficio stampa dell’evento

”La parola speranza è quella che è tornata in più occasioni: con i lavoratori, in Cattedrale e con i giovani. Ha ricordato spesso anche la parola lavoro”. L’Arcivescovo ha ricordato quanto il Papa sia vicino al problema degli immigrati: ”L’ho visto sofferente davanti ai problemi degli ultimi” e ha ringraziato tutte le istituzioni per l’impegno profuso nella preparazione.

”La parte organizzativa è l’1%, il 99% lo fa Francesco“così Monsignor Franco Puddu, presidente della Commissione Organizzativa. Sui numeri della giornata, Puddu ha dichiarato che, considerando la movimentazione di persone, si parla di quasi 400 mila pellegrini.

“Il Papa conosce bene le condizioni della Sardegna. ha proseguito Miglio che ha poi descritto il pranzo del Papa: antipasti di terra e mare. Come primo fregola e arselle e culurgiones, per secondo porceddu e un arrosto. Vini sardi e frutta. Torta di circostanza e dolcetti sardi. Per il Santo Padre anche un piccolo assaggio di fil’e ferru e un sorso di “mate”, infusione preparata con le foglie di erba Mate, molto diffusa in Argentina e che – secondo quanto riportato dal sito ilpapainsardegna – il Papa ha bevuto in passato in altre occasioni pubbliche.

Sulla cultura sarda, l’arcivescovo di Cagliari ha riportato le parole del Papa: ”Non sapevo ci fossero così tanti costumi tradizionali”. Sul discorso del Papa durante l’incontro sul mondo del lavoro, il Papa ha parlato di una mentalità che taglia gli estremi: i giovani e i vecchi; ha parlato di solidarietà tra i lavoratori e si è stupito del fatto che i sacerdoti possano scendere in miniera“.
Per Puddu, “I sistemi inguisti vogliono rubarci la speranza”.

Nel discorso fatto con il mondo della cultura, il Papa ha ricordato l’importanza del ricambio generazione anche nel mondo politico. Sui prossimi impegni del clero isolano, l’Arcivescovo ha parlato di una chiesa sarda che deve impegnarsi in tutte le direzioni: sulle imprese che si impegnano per creare posti di lavoro, per far crescere una cultura per non ripetere gli stessi schemi dominanti. Ha sottolineato l’aspetto di una crisi globale, cercare strade per sostenere modelli diversi.

L’ultima parola che mi ha detto prima di partire è sono felice”, ha così concluso Miglio.

[GotoHome_Torna alla Home]

cagliariglobalist – Storia di uno studente medio

Da Cagliari Globalist – 17 novembre 2013

Nella giornata dedicata allo studio, voglio raccontarvi la mia vita da studente. Sono sempre stato uno scolare nella media, roba da sei politico, niente di più. C’è stato un anno in cui ho preso solo e soltanto 5, in tutti i compiti, nelle interrogazioni. Tutt’un cinque.

Quattordici anni tra i banchi di scuola tra compagne, compagni di banco, amici di lungo corso che ritrovi dopo qualche anno, ti riconoscono per strada ma tu non sai chi siano. Il mio percorso scolastico è filato liscio fino alla terza superiore quando è arrivata la mia prima e unica bocciatura della scuola dell’obbligo. Per fortuna l’anno successivo ho vissuto di rendita tranne che per inglese, unica materia da debito formativo ma chiedendo un po’ in giro, la lingua straniera è il vero cruccio della carriera scolastica di tanti, quasi come la matematica, un vero e proprio incubo. Ogni notte, prima di un compito in classe, sognavo numeri, formule e sistematicamente davanti a quel foglio protocollo dimenticavo tutto. Le assenze sono state pochissime. Un anno sono riuscito ad assentarmi solo otto giorni in duecento giornate scolastiche. Una assenza ogni venticinque giorni. Una sorta di impiegato della scuola.

Facciamo un bel passo indietro e torniamo all’inizio della mia vita da scolare e a quel lontano settembre del 1994. L’Italia aveva appena perso i mondiali ai rigori contro il Brasile. L’allenatore del Cagliari era l’uruguaiano Oscar Tabarez e capo del Governo c’era Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia. Possiamo parlare di un ritorno al passato in tutti i sensi.
Grembiulino blu, disegno bianco sulla parte sinistra e via, tutti insieme appassionatamente verso la scuola in Via Regina Margherita a Quartu. Sempre rigorosamente a piedi. Pochi ricordi, solo qualche foto conservata negli armadi o comparse per caso su facebook qualche giorno fa. Tra i vani pensieri, le grandi gite organizzate dalla scuola. Al massimo si andava in qualche monte nelle zona. L’unica volta che la scuola organizzò una bella gita al Palazzo Viceregio io rimasi a casa con la varicella. Non proprio il massimo della fortuna. La mia vita da scolaro elementare passava tranquilla tra le cinque ore, le prime fallimentari interrogazioni e le poesie quasi mai studiate a memoria delle elementari ricordo il lavoro sullo stagno di Molentargius, cartelloni su cartelloni e tutta la ricostruzione storica di Sa Die de Sa Sardigna. Altri tempi.

Dalle elementari si passò alle medie. Era il settembre 1999, nella panchina del Cagliari c’era sempre Osar Tabarez, ma in cinque anni di allenatore ne son passati parecchi Al Governo c’era il centrosinitra con Massimo D’Alema premier.
Dopo tanti anni posso dire che è stato davvero il periodo peggiore dalla mia vita, scolasticamente palando. Il periodo in cui i ragazzini di 11, 12 e 13 anni diventano cattivi, dove vince la logica del branco e chi non è forte ne caratterialmente ne fisicamente perde e io purtroppo ho perso parecchie volte.
Troppi lividi che son rimasti nella pelle, troppe botte prese. Dalla mia esperienza, che oggi, anche se son passati quattordici anni racconto con rabbia, posso dire che il bullismo va combattuto sul serio e che non si può difendere un bullo dicendo: “ma no, è solo una ragazzata”. Ai ragazzi di oggi, quelli che passano intere giornate davanti al pc e che domani guideranno la nostra società, dobbiamo far capire che non vince il bullo ma chi ragiona con la propria testa. Per fortuna, non era tutto marcio e qualche buon compagno di classe amico esisteva e qualcuno è rimasto ancora oggi. Pochissimi i ricordi positivi. Una delle poche cose che ricordo è l’esame finale, non tanto per l’esito o per lo studio ma perché era in pieno mondiale nippocoreano con le partite che spesso si accavallavano scritti e orali. Le medie si concludono con un risultato sufficiente, niente di più, niente di meno.

Dalle medie si arriva al grande passo: le scuole superiori. Correva l’anno 2002. Già detto del mondiale e dell’eliminazione dell’Italia avvenuta per colpa della giacchetta nera Byron Moreno, nella panchina del Cagliari sedeva Nedo Sonetti. Al Governo c’era ancora una volta Silvio Berlusconi. La scelta della scuola è stato un problema affrontato qualche mese prima: io avrei voluto fare lo scientifico o addirittura il classico. Le professoresse delle scuole medie puntavano sul tecnico commerciale. Scelsi i consigli delle “odiate” docenti e finii alla ragioneria. Con il senno di poi, avevano ragione loro. Se avessi scelto il classico ne sarei uscito dopo una decina d’anni con le ossa abbastanza rotte.
Sei anni di scuola superiore. Ai giorni d’oggi, perdere un anno è diventata una cosa quasi normale. Un “trauma”da cui si esce facilmente, soprattutto quando in classe ci son compagni con una importante carriera fatta di tre o quattro anni persi. Roba non recuperabile neppure da qualche istituto paritario. I sei anni si possono tranquillamente dividere in due trienni: 2002-2005 che definire devastanti è dire poco e il triennio 2006-2008 quello della maturità, dell’uscire fuori dal guscio e provare ad essere qualcuno senza troppo fiato sul collo.

Il diploma è arrivato nel 2008, l’anno dell’Europeo austrosvizzero: prima prova dopo Francia-Italia 0-2 (Pirlo, De Rossi), seconda prova senza partite, terza prova dopo la sconfitta ai rigori contro la Spagna. Per fortuna siamo usciti dalla competizione e ho potuto preparare l’esame orale con calma e senza ansie calcistiche. La mia uscita di scena è datata 28 giugno 2008. Secondo studente del secondo turno di interrogazioni. Credo di non aver mai studiato così tanto in vita mia. Dopo un misero 28/45 agli scritti dovevo giocarmi tutto. Camicia bianca d’ordinanza, nella mano sinistra il codice civile, nella destra una bottiglietta d’acqua. Ero pronto per la sfida. Entrai in classe e parlai per oltre mezz’ora della sicurezza nel mondo del lavoro, dribblai con classe la domanda del presidente di commissione sulla Legge Biagi e cercai di portare a termine tutti i collegamenti mentali del mio percorso di studi. Dopo quasi quindici anni parlai in inglese in maniera sciolta e tranquilla. Al termine del mio colloquio, la docente di italiano, mai vista in vita mia, mi fermò e mi chiese: ma tu, da grande, vuoi fare il giornalista?

Per fortuna esiste un percorso parallelo, quello delle attività extracurricolari che permette ai ragazzi di relazionarsi con altri compagni di scuola e di fare qualcosa di più che le classiche e non troppo interessanti sei ore tra quaderni e libri. Nel mio cammino scolastico, il teatro è stato fondamentale. L’attività teatrale, così come quella musicale e sportiva, porta i ragazzi ad essere più partecipi, aumenta la concentrazione e consente a tanti di vivere una doppia vita: dalle 8 alle 13, uno studente medio scarso; dalle 15 alle 17 una persona vive, capace di divertirsi imparando qualcosa.
Se i miei voti sono stati un continuo sali scendi, l’attività “teatrale” è stata tutta una crescita: alle elementari ho cominciato facendo da guida durante le mostre, alle medie presentavo gli spettacoli e alle superiori facevo l’attore della compagnia scolastica. Ora per finzione faccio il secchione nel programma tv Fuori Onda, quasi come una sorta di legge del contrappasso: ero uno studente abbastanza scarso, ora faccio la parte di quello che sa tutto o quasi.

La mia storia è simile a tante altre. Cadiamo e ci rialziamo sempre perché la scuola è e resta la miglior palestra di vita: studio, scontri, amori e potenzialità per essere sempre pronti a prenderci una rivincita verso chi non ha mai creduto in noi.

cagliariglobalist – L’abbraccio di Conti e la resa di Salerno

Sono due le foto della domenica calcistica che affascinano e intristiscono gli appassionati del pallone. Da una parte, la folle corsa di Daniele Conti che corre dal figlio a bordo campo dopo il secondo e decisivo gol che mata il Toro allo stadio Sant’Elia di Cagliari, dall’altra la scandalosa partita all’Arechi di Salerno dove i giocatori della Nocerina hanno lasciato il campo dopo venti minuti di gioco.

Per Conti, arrivato alla presenza numero 300 in serie A, l’abbraccio con il figlio rappresenta la conclusione di una partita fantastica passata sempre lì, al centro del campo, a dare indicazione, dettare i tempi della squadra di Lopez e coronata con una doppietta, la seconda consecutiva ai danni del Torino, che lo ha reso ancora di più l’emblema di questa squadra. Una bandiera senza tempo. Una altra pagina da inserire nel bello del calcio.

A Salerno, il brutto del calcio. Tutto era cominciato con il no del questore di Salerno alla trasferta dei tifosi della Nocerina per via dei timori di possibili scontri in città. Il no ha caricato i supporter rossoneri che prima hanno tappezzato la città con le scritte “Tutti a Salerno” e ieri, prima della sfida, in una quarantina, si sono presentati sotto l’albergo che ospitava i loro beniamini intimandoli di non scendere in campo. Le minacce hanno segnato i giocatori campani che hanno prima annunciato di non voler scendere in campo e poi, dopo una lunga trattativa durata oltre quaranta minuti, hanno scelto di giocare la sfida.
Nei primissimi minuti, tre cambi e cinque infortuni. La compagine è rimasta con sei giocatori e da regolamento, l’arbitro Sacchi di Macerata non ha potuto far altro che chiudere la contesa. Al rientro negli spogliatoi, i dirigenti della Nocerina hanno annunciato le dimissioni. Rigettate nel pomeriggio di oggi dalla società. Secondo quanto raccontano le cronache, alcuni tifosi a Nocera Inferiore sono scesi in piazza festanti.

Secondo gli ultras della Nocerina però, la loro protesta era un modo per scuotere il sistema di un calcio che nega le trasferte: “a tutti gli organi di informazione che sostengono il contrario – si legge in una nota della Curva Sud Nocera – li esortiamo a chiedere direttamente ai tesserati della Nocerina dai quali ci aspettiamo comune minimo un comunicato che sgombri da ogni ombra e dubbio le accuse che ci vengono addosso”.

Per la Lega Pro, i fatti hanno creato un grave danno al calcio e alla terza divisione del calcio italiano. Il direttore generale, Francesco Ghirelli ha parlato di vergogna del pallone. Amarezza anche da parte del sindaco, Manlio Torquato, secondo cui, la scelta di negare la trasferta ai tifosi rossoneri ha fatto salire la tensione di una gara dai nervi tesi per due squadre (e tifoserie) che non si incontravano da venticinque anni.

Il presidente della Lega Pro, Macalli ha dichiarato: “Porto in Tribunale i responsabili. E’ stato fatto un danno irreparabile. Il Questore spieghi o venga trasferito sui monti sardi”. Una frase che per gli appassionati di b-movie ricordano le minacce del capo della polizia all’agente Achille Cotone, alias Diego Abbatantuono nel film “Viulentemente mia” Una battuta in stile anni ’50 che il numero uno del calcio di serie C avrebbe potuto evitare visto tutto quello che accade negli stadi italiani ogni domenica in tema di discriminazione territoriale.
Intanto il procuratore del Tribunale di Nocera ha aperto un fascicolo contro ignoti con il reato ipotizzato di violenza privata. La Digos ha identificato trenta ultrà che hanno manifestato sotto l’albergo dei giocatori per venti di loro è scattato il procedimento Daspo.

“L’anno scorso dopo una doppietta ho abbracciato il grande, ora per non farli litigare il piccolo” ha detto il Capitano ha fine gara mentre a Salerno continuavano le polemiche. L’abbraccio di chi vuole il bello del calcio e la resa di chi ha macchiato lo sport più del mondo. Ancora una volta.

cagliariglobalist – Intervista con Stefano Sardara, il presidente della Dinamo

Da Cagliari Globalist – 2 ottobre 2013

«Con Travis abbiamo completato la rosa. É un tassello molto importante per la squadra. Firmare con noi per altri quattro anni non è stata solo una scelta di campo ma anche una scelta di vita» . Inizia cosi l’intervista con il numero uno della Dinamo Sassari, Stefano Sardara, pochi minuti dopo la conferenza stampa di TD12, in attesa delle nuove gare della squadra, domani nel Torneo Meridiana, contro Brindisi e poi sabato e domenica nel Torneo “Città di Sassari” ancora contro i pugliesi, Cantù e Avellino.

Presidente, manca poco all’inizio di una nuova stagione. La squadra sta per concludere il suo tour tra la penisola e la Sardegna per portare il suo modo di fare basket. Qual è lo stile Dinamo?
«Lo stile Dinamo è uno stile pulito, senza fronzoli, con i piedi per terra. Giochiamo in Italia e in Europa in maniera serena promuovendo il nostro basket. La società è legata a dei vincoli di budget sui quali non negoziamo. Siamo sereni del risultato perché la società vuole fare bene. Sempre».

Negli ultimi anni, il “Fenomeno Dinamo” ha fatto crescere l’interesse per il basket nei sardi, Quanto è importante la squadra per la Sardegna?
«Importantissima. Diciamo che la squadra senza la Sardegna non esisterebbe e l’isola senza la squadra perderebbe tanto. Siamo orgogliosi di appartenere ad una Regione come la nostra che portiamo anche nelle nostre maglie.»

Quale avversario che teme di più? La bestia nera Cantù oppure Siena o Milano?
«Milano tutta la vita. É la squadra con il roster più forte e importante. Sicuramente è la compagine più attrezzata. Siena l’abbiamo già affrontata nella pre-season e il campionato ci insegna a non sottovalutare nessuna squadra. Cantù non l’abbiamo ancora incontrata ma è una squadra che ha una storia importante e farà bene.»

Qual è la soddisfazione più grande in questi tre anni di presidenza?
«Ce ne sono state tantissime. Una delle più forti è stata l’accoglienza che abbiamo ricevuto venerdì a Cagliari: al momento della presentazione il pubblico ha tifato in maniera incredibile come raramente ho sentito. Per il progetto Dinamo che ha la Sardegna al centro è un obiettivo raggiunto. »

Spesso molti presidenti indicano la formazione al proprio allenatore. Che rapporto ha con coach Sacchetti? Le ha mai consigliato un quintetto iniziale?
«Con Sacchetti c’è un grande rapporto di stima e amicizia e non mi sono mai sognato di consigliare un quintetto o un giocatore da schierare in campo. Ognuno ha le sue competenze, il coach fa benissimo il suo lavoro».

Il sogno dei presidenti della squadre di calcio è quello di avere in squadra Messi o Cristiano Ronaldo, nella sua Dinamo quale super stella internazionale vorrebbe?
«La stella internazionale che mi piace di più in assoluto è Kobe Bryant ma è un sogno irrealizzabile. Tra i giocatori italiani stiamo Datome. Per quanto riguarda il campionato italiano ho il piacere di avere quelli che mi servono dal punto di vita tecnico, umano e soprattutto congeniali al progetto. »

Giochiamo al fantabasket: qual è il suo dream team?
«Il mio quintetto internazionale è: Diener, Diener, Thomas, Green, Thomas»

La campagna acquisti con gli innesti di giocatori di qualità ha fatto salire il livello del roster. Quanta paura hanno le avversarie della Dinamo?
«É una domanda da fare alle nostre avversarie. In questi anni abbiamo visto che nessuno ha paura di nessuno e che nessuna compagine, anche quelle più forti sulla carta, è imbattibile. »

Nel progetto quinquennale ha in mente di realizzare una nuova casa per il basket a Sassari?
«Nella lista della spesa c’è ma la costruzione di un nuovo palazzetto non è un’opera che possiamo fare da soli. Diciamo che stiamo bene a casa nostra, piccola ma ci stiamo comodi»

[GotoHome_Torna alla Home]

Salviamo ‘sto paese. Gaber l’aveva già detto nel 1978

L’una di notte di un giovedì come tanti. Dopo una giornata tra volontariato, lezioni, riunioni e rimpatriate parte lo zapping compulsivo. Saltati a piè pari Vespa e la classica commedia americana su Canale 5, becco una replica de “Le invasioni barbariche”. Dalla Bignardi ci sono Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu che promuovo il loro spettacolo teatrale “Non contate su di noi”. I due comici portano in scena le canzoni e i monologhi di Giorgio Gaber. Tra i tanti pezzi dello spettacolo c’è anche Salviamo ‘sto paese, canzone del 1978 nella quale Gaber raccontava un paese che sembra quello attuale. Leggendo il testo, ascoltando la canzone su YouTube, sembra quasi di sentire un servizio al tg, di leggere la prima pagina di un quotidiano. Le stesse parole: accordo, ripresa, intesa, lavorare sul concreto. 

Ecco il testo. Sono passati solo 35 anni.

Deve esserci un accordo se ci sta a cuore la salvezza del paese. Salviamo ‘sto paese? Eh? C’è bisogno di un’intesa vogliamo tutti insieme metterci a pensare seriamente alla ripresa? Eh? economica? Sì?

Bisogna lavorare sul concreto bisogna rimboccarsi le maniche per incrementare la produzione e assicurare uno stabile benessere sociale a tutti coloro ai quali noi, per il momento abbiamo chiesto sacrifici vogliamo uscire a testa alta dalla crisi? Eh? Salviamo ‘sto paese? Sì?

Eliminiamo il disfattismo con della gente che in questa confusione sappia mettere un po’ d’ordine, eh? Pubblico. Sì? Bisogna che lo stato sia più forte organizzando anche un corpo adeguato e, se necessario, addestrato, non come proposta di violenza ma per quel nobile realismo la cui area si é allargata non puoi negare a certe zone di sinistra, eh? La buona volontà. Sì? In questo clima di distensione possiamo finalmente accordare la fiducia a tutte le forze, eh? Democratiche. Sì? 

Bisogna far proposte in positivo senza calcare la mano sulle possibili carenze. Lasciamo perdere il pessimismo, l’insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro,l’instabilità, la gente che non ne può più, la rabbia, la droga,l’incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto,la disperazione… Cerchiamo di essere realisti. Non lasciamoci trarre in inganno… dalla realtà!

Italia depressa ma bella d’aspetto è un bel paesotto che tenta di essere tutto con dentro tanti modelli che mischia, confonde, concilia riesce a non essere niente l’Italia negli anni sessanta fioriva la gente rideva e comprava la macchina nuova ma proprio in questi momenti si insinua uno strano rifiuto e si contesta lo Stato d’Italia bisogna ridare all’Italia la folle allegria del benessere sano di ieri senza disordini né guerriglieri.

Salviamo ‘sto paese, salviamo ‘sto paese per essere felici e spensierati come nel sessa… come nel sessa… come nel sessa… come nel sessantadue.

Sono passati solo 35 anni.

Andrea Matta
8 marzo 2013

@AndreaMatta23 – Studente, speaker @RadioGolfo, web writer,attore, comico, scout, volontario